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manifesto-convegno-2007-mini.jpgCONCLUSIONI DEL CONVEGNO 2007
omelia della Santa Messa finale celebrata da Don Salvatore.

Il profeta Abacuc è, senza dubbio, un uomo ricco di speranza che, di fronte alle vicissitudini del suo popolo, continua, nonostante la tetra caligine, a far allungare lo sguardo verso un futuro ricco di salvezza che il Signore ha preparato. Sebbene non si vedano spiragli umani possibili, tuttavia, il profeta invoca di attendere fiduciosi la salvezza di Dio. 

Anche a noi sembra di essere avviluppati da tetra caligine per le situazioni difficili nelle quali ci arrabattiamo ed annaspiamo: penso alla situazione equivoca a livello economico, sanitario, politico, amministrativo; penso alle situazioni drammatiche di famiglie sfilacciate dall'usura del tempo e pronte a dividersi; penso ai malati, detenuti, portatori di handicap, anziani nell'angoscia; giovani allo sbaraglio...è in questa situazione ove per noi cristiani sembra non esserci più niente da fare che il profeta, ancora oggi, ci invita alla speranza e ci chiede di impegnarci in prima persona per arrivare alla realizzazione della promessa. 

Ricordate il testo con cui vi ho invitato a questo Convegno, ove per un bambino la paura della bocciatura diventava drammatica: la maestra mi incoraggiava dicendomi: "Se davvero studi...studi...studi...ce la farai!".

Bene, ho visto la mia diocesi, un popolo intero riunito, serio, impegnato a studiare...studiare...studiare...ad interrogarsi su come fare per rinnovarsi, per essere capace di testimoniare Gesù agli uomini d'oggi. Grazie, grazie di cuore per il gran lavoro di questi giorni, per le idee, le sensazioni,l'amicizia, la comunione che ho sentito pervadere la chiesa di Frosinone - Veroli - Ferentino, riunita in questo magnifico edificio: qui l'uomo esprime tutta la sua intelligenza, piegando i materiali della natura ai suoi scopi, realizzando un luogo in cui si possa esprimere il massimo dello sforzo atletico. Ebbene, cari amici, proprio ad uno sforzo atletico ho assistito: non siamo una chiesa rassegnata, non siamo una comunità senza fervore, non siamo accompagnando il declino. Abbiamo posto lo sguardo su Gesù: lo vediamo lì davanti a noi e gli chiediamo di aiutarci a capire, a rivolgere il nostro sforzo nella giusta direzione. Abbiamo ascoltato le parole di Paolo a Timoteo: Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Ce l'ha detto don Luciano venerdì pomeriggio: non possiamo più pensare di sopravvivere, di essere dei distributori di servizio per chi ancora ci chiede, per tradizione in gran parte, i sacramenti, non possiamo essere i datori di lavoro di fotografi e ristoratori. Siamo quelli che Gesù ha chiamato suoi amici ed ha invitato a camminare con Lui, insieme a tutti gli uomini della terra. È Gesù il nostro centro di gravità, la nostra gioia, la nostra salvezza: se perdiamo di vista il suo volto, siamo persi.

Questo ho visto: una comunità capace di cambiare, di modificare i suoi comportamenti come ogni persona adulta fa quando si accorge di non essere più adeguata o di aver sbagliato. Ho visto quel coraggio che don Luciano ci additava come virtù fondamentale del cristiano d'oggi: soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio, abbiamo ancora ascoltato da Paolo. Certo, abbiamo bisogno di pensare, di ragionare, di confrontarci: ma dobbiamo innanzitutto pensare che questo ragionare non è un insieme di inutili chiacchiere come spesso abbiamo la tentazione di dire, ma è quello che la nostra intelligenza ci chiede di fronte all'invito di Gesù di annunciare il vangelo a tutti gli uomini. 

A Verona,  un anno fa,  i cattolici italiani hanno insieme deliberato di prestare attenzione particolare agli ambiti della vita, alle situazioni di tutti i giorni, insomma alla vita vera, non a quella ideale. Così, nel consiglio pastorale diocesano, abbiamo chiesto alla diocesi di declinare l'esigenza del rinnovamento della parrocchia con gli ambiti, scrivendo quell'alfabeto necessario a comunicare il vangelo agli uomini d'oggi. è riecheggiato in tutti e sei i laboratori che ci hanno visto confrontarci nel pomeriggio di sabato. Dovunque è emersa l'esigenza di dare un messaggio incisivo alla nostra gente: non abbiate paura, la chiesa è con voi, i discepoli di Cristo vivono le vostre stesse esperienze, quelle dell'amore, del lavoro, della festa, della fragilità, della tradizione, della fraternità sociale. Altrimenti ci percepiranno come un servizio fra i tanti che la società civile offre alle persone. E' questo sarebbe terribile! 

Da qui deriva allora la necessità di essere quei testimoni di speranza che i vescovi ci chiedono di essere: il testimone comunica con le scelte della vita, non ha bisogno di grandi discorsi. Ho visto qui famiglie magnifiche, con i loro bambini. Quella è la testimonianza più importante, la vera iniziazione cristiana come ha ricordato d. Andrea Fontana nel gruppo della catechesi e della tradizione della fede: nelle esperienze ordinarie tutti possiamo trovare l'alfabeto con cui comporre parole che dicano l'amore infinito di Dio. Così dobbiamo accompagnare la vita delle persone con una proposta che sappia presentare e motivare la bellezza dell'insegnamento evangelico sull'amore, con percorsi formativi adeguati e una vita familiare ed ecclesiale fondata su relazioni profonde e curate. La famiglia rappresenta il luogo fondamentale e privilegiato dell'esperienza affettiva. Di conseguenza, deve essere anche il soggetto centrale della vita ecclesiale, grembo vitale di educazione alla fede e cellula fondante e ineguagliabile della vita sociale. Ciò richiede un'attenzione pastorale privilegiata per la sua formazione umana e spirituale, insieme al rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze. 

Siamo chiamati a rendere le comunità cristiane maggiormente capaci di curare le ferite dei figli più deboli, dei diversamente abili, delle famiglie disgregate e di quelle forzatamente separate a causa dell'emigrazione,  prendendoci cura con tenerezza di ogni fragilità e nel contempo orientando su vie sicure i passi dell'uomo. 

Occorre chiedere che l'organizzazione del lavoro sia attenta ai tempi della famiglia e accompagnare le persone nelle fatiche quotidiane, consapevoli delle sfide che derivano dalla precarietà del lavoro, soprattutto giovanile, dalla disoccupazione, dalla difficoltà del reinserimento lavorativo in età adulta, dallo sfruttamento della manodopera dei minori, delle donne, degli immigrati. 


L'esperienza della fragilità mette in luce la precarietà della condizione umana: lo sperimento ogni giorno, ma sperimento anche che  la stessa fragilità è anche occasione per prendere coscienza del fatto che  l'uomo è una creatura e del valore che egli riveste davanti a Dio. Gesù Cristo, infatti, ci mostra come la verità dell'amore sa trasfigurare anche l'oscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce della risurrezione.


Alla famiglia deve essere riconosciuto il ruolo primario nella trasmissione dei valori fondamentali della vita e nell'educazione alla fede e all'amore, sollecitandola a svolgere il proprio compito e integrandolo nella comunità cristiana. Questo è davvero un punto di svolta che dobbiamo tenere fisso: La sfida educativa tocca ogni ambito del vissuto umano e si serve di molteplici strumenti e opportunità, a cominciare dai mezzi della comunicazione sociale, dalle possibilità offerte dalla religiosità popolare, dai pellegrinaggi e dal patrimonio artistico.


Dobbiamo aiutare tutti i cristiani a dare contenuto e qualità al complesso esercizio della testimonianza nella sfera sociale e politica. Se oggi il tessuto della convivenza civile mostra segni di lacerazione, ai credenti - e ai fedeli laici in modo particolare - si chiede di contribuire allo sviluppo di un ethos condiviso, sia con la doverosa enunciazione dei principi, sia esprimendo nei fatti un approccio alla realtà sociale ispirato alla speranza cristiana.

Il Vangelo inizia con un grido dei discepoli: "Signore, aumenta la nostra fede!" ma l'intera pericope dice che il grido è stato spontaneo quando il Maestro ha parlato di amore e perdono. E allora sì, ciò significa che prima dell'amore viene il fondamento base di questo e cioè la fede. Dovremmo essere coraggiosi uomini di fede che guardano il futuro credendo fermamente alle promesse del Signore. La speranza, infatti, è il possesso già oggi di quanto il Signore ci ha promesso, solo che è un già...ma non ancora. Per accelerare l'avvento di quell' "ancora" è indispensabile l'impegno personale di ciascuno e di tutti insieme.

È questa speranza che brilla negli occhi dei nostri giovani dopo che hanno fatto l'incontro personale con Gesù: la loro speranza è piena.

Per tre volte i giovani sono stati protagonisti nel Convegno. Venerdì sera nella veglia in via Aldo Moro, 5 tende per le strade degli uomini per una magnifica esperienza di coinvolgimento della città: una fatica immane nel montare quelle strutture con l'aiuto della protezione civile, ma una gioia incredibile nell'incontrare tanti giovani. E poi il mattino del sabato con i ragazzi delle scuole, insieme a Nuovi Orizzonti, due ore insieme a cercare la gioia, la vera gioia: Gesù Cristo. Ed infine ieri sera, qui nel palazzo dello sport. Centinaia di giovani hanno fatto l'esperienza di divertirsi, di giocare, di ballare, di coinvolgere tutti, senza bisogno di sballare, di esagerare: il festival della gioventù, a cui si dà la possibilità di esprimere il meglio di sé stessa.

Mi piace sottolineare il lavoro dei volontari: una struttura così grande ha richiesto loro un impegno eccezionale. Sono in tanti, hanno coinvolto tanti altri ed è già questo un frutto importante del nostro convenire: ma il valore di questo volontariato e del lavoro faticoso assolto è una fase esperienziale di come associazioni, movimenti, parrocchie debbano collaborare insieme, come debbano interagire con la società civile, come debbano testimoniare una comunione di intenti che è una delle lettere di quell'alfabeto che vogliamo comporre per annunciare Cristo agli uomini d'oggi.

Prima di chiudere vorrei parteciparvi una emozione provata ascoltando la seconda lettura dove è esplicitamente detto di non vergognarsi della testimonianza da rendere a Gesù Cristo; vi supplico, sorelle e fratelli amatissimi, di fare qualsiasi sforzo pur di mantenere il clima di comunione nella nostra Diocesi e di essere scandalosa voce nella città che rivendica il diritto di Dio di chiamare gli uomini suoi figli. Non vergognatevi, non vergogniamoci di appartenere a Gesù Cristo!

È indubbio che non si tratta di un fatto sentimentale ma concreto e reale e che necessita di uno spessore di notevole portata ed è, per questo, che vi invito caldamente a iscrivervi alla scuola dei ministeri. Ogni parrocchia, lo dico a voi, fratelli Sacerdoti, deve avere un piccolo gruppo di partecipanti alla scuola dei ministeri che devono trovare all'interno della parrocchia stima ed accoglienza. È con questi sentimenti che vi invito a rinnovare le promesse del nostro Battesimo per un impegno personale e comunitario.

                                                                                           + Mons. Salvatore Boccaccio