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Per approfondimenti si legga la news dedicata: Assemblea Diocesana: 21 e 22 settembre 2019



Il creato, armonia di differenze

All’inizio c’era il caos

In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta, le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. Così inizia la Bibbia che, con un linguaggio a noi estraneo, vuole dirci qualcosa sul creato in cui noi viviamo. Sì, all’inizio c’era il caos. Nessun ordine. Terra informe, deserta, ricoperta dalle tenebre che stavano sopra l’abisso, luogo da cui la forza del male si riversa sul creato. Un mondo senza equilibrio, bisognoso di armonia e di luce. Non poteva rimanere così. Lo spirito di Dio si mise all’opera e il caos si dispiegò in un insieme armonico, frutto di separazione e di costituzione di diversi elementi: tenebra / luce; acque superiori (la pioggia) / acque inferiori, separate dal firmamento; acque inferiori (fiumi, mari, oceani) / terra asciutta; giorno / notte; uomo / donna. E poi la terra e i mari furono popolati di piante e animali. Tutto sembrava aver trovato il suo posto, la sua dignità di essere vivente.

   Noi siamo costituiti in questo mondo, dentro questo universo popolato di esseri viventi. Tutto è connesso, sebbene tutto sia separato e abbia il proprio posto. Perciò Dio vide che tutto era ben fatto, “era buono”, era il bene. Così Dio volle fosse il creato. Dio chiese all’uomo e alla donna di prendersi cura di questa armonia di vita. Solo una cosa avrebbero dovuto ricordare: riconoscere nel giorno di sabato la bellezza di quanto li circondava e rendere quindi lode a Dio, come leggiamo al capitolo 20 dell’Esodo: “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio; non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né lo straniero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore tuo Dio ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha consacrato” (20,9-11). Per questo Dio “benedisse e consacrò” quel giorno a perenne compimento e memoria della creazione. Qui, come sempre leggendo la Bibbia, soprattutto in alcuni testi, come i primi undici capitoli della Genesi, dobbiamo cogliere il messaggio del testo senza farci fuorviare da domande estranee ad esso, quali ad esempio: se Dio ha creato tutto, come si spiega l’evoluzione dell’universo? Oppure: perché Dio ha permesso che la creazione fosse messa in discussione dal male? Ciò che conta affermare è che Dio è all’origine del creato, qualsiasi sia il modo in cui esso si sia sviluppato, fino ad assumere la forma che noi oggi contempliamo. Proviamo a penetrare questa armonia di differenze per comprenderne diversità e ricchezza e poter prendercene cura.

   Per cogliere tale armonia partiamo da un’osservazione: il Signore aveva conferito all’essere umano un duplice compito, come ci dicono sempre i primi due capitoli della Genesi. Per ben due volte Dio affida all’uomo e alla donna il compito di “dominare”. Emerge allora il rapporto dell’essere umano con il creato, a partire dagli altri esseri viventi. Nella teologia cristiana il compito di dominare ha provocato a volte un “eccesso antropocentrico”, come lo ha definito papa Francesco nella Laudato si’ (115-116). L’essere umano ha creduto di essere dominatore dell’universo, con una fiducia illimitata nelle sue forze. Proprio per questo abbiamo bisogno di continuare a leggere il primo capitolo della Genesi, e soprattutto il secondo, per giungere a una comprensione più completa del messaggio della Bibbia e della nostra responsabilità verso il creato. L’essere umano è costituito tale all’interno delle relazioni del creato, non è il culmine, ma l’ultimo degli esseri viventi, quasi a dire che è interconnesso in maniera essenziale alle opere del creato. Anzitutto il verbo “dominare” è riferito agli animali, non a tutta la natura, quindi esso è da intendere nel senso della responsabilità del pastore o del re (considerato pastore del suo popolo) che si occupa del bene di coloro che gli sono affidati: pensiamo, in parallelo, all’immagine evangelica di Gesù buon pastore.

A conferma di quanto appena detto, nel secondo capitolo (dal versetto 4b) ci si accorge che il racconto della creazione procede in maniera diversa. Qui sembra quasi che Dio voglia correggere l’equivoco che sarebbe potuto nascere dal potere conferito all’uomo di “soggiogare e dominare” gli altri esseri viventi. Per indicare l’opera di Dio, infatti, in questi versetti si usa il verbo “fare” (‘asah) e non “creare” (bara’). Dio si presenta come un artigiano, un artefice, piuttosto che come chi crea qualcosa che prima non esisteva. Si mostra perciò una creazione in divenire già dal suo inizio. L’essere umano viene plasmato dalla polvere della terra, quindi si presenta come un essere debole, fragile, come la polvere, ma anche impastato della stessa materia del creato. Il suo esistere è connesso al creato fin dall’origine. Tuttavia è necessario il “soffio” di Dio per permetterne l’esistenza. Alla fine del capitolo terzo, dopo il racconto del peccato, di nuovo il testo sottolinea questa dimensione dell’essere umano: ”Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra (sarebbe letteralmente “suolo”, ‘adamah), perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai” (3,19). Esiste nel vocabolario di Genesi 2-3 l’ambiguità del nome del maschio, che è ‘adam, nome comunemente usato per l’uomo, che diventa nome proprio indicante Adamo, di fronte a cui si colloca Eva (hawwah), “perché essa fu la madre di ogni vivente” (3,20). “Terra” (‘adamah) e “Eva” (“hawwah”) sono i due elementi che rendono possibile la vita umana nella sua origine e nella sua prosecuzione. La vita dell’uomo e della donna viene generata da un fragile inizio: è “polvere della terra”. Nello stesso tempo essa prende forza dalla relazione con l’altro, cioè dalla diversità del creato. Diventa ancora più chiaro nella determinazione dei due nomi, Adamo ed Eva: siamo davanti a due esseri distinti, la cui unione rende possibile la vita. Ma questa unione causa anche dolore, fatica, non è semplicemente conseguenza della “benedizione” di Dio: “Alla donna disse: Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto ed egli ti dominerà” (3,16). E all’uomo Dio disse: “Maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. … Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non tornerai alla terra” (3,17-19). L’unità tra donna e uomo, come con il resto del creato, sarà frutto di una costruzione faticosa, in cui ognuno dovrà sapersi accettare nella diversità e nella differente fatica del proprio essere.

Per questo l’essere umano appena creato sarà chiamato a “coltivare e custodire” il giardino dove Dio lo aveva collocato, quell’ambiente a cui apparteneva anche nella sua origine come “polvere del suolo”. Il tentativo dell’essere umano di rendersi indipendente da Dio, quindi di governarsi in maniera autonoma, svincolata da qualsiasi relazione, viene giudicato come l’origine non solo della separazione da lui, ma anche dello sconvolgimento del creato stesso (Genesi 3). Il dominio assoluto non è mai stato un comando di Dio, bensì la conseguenza dell’orgoglio umano che mette in moto un meccanismo di dissoluzione dell’armonia originaria, quell’ordine cosmico cui spesso la Bibbia fa riferimento. L’”eccesso antropocentrico” non ha portato quel benessere a cui l’uomo e la donna aspiravano nel tentativo di controllare tutto; al contrario, ha condotto alla catastrofe e al disordine, al caos delle origini.  L’essere umano può “coltivare e custodire” il creato solo nella misura in cui accetta di non esserne padrone assoluto. Il giardino rappresenta dunque il luogo della possibilità di incontrarsi e di costruire una relazione positiva con l’intera creazione, dove l’essere umano è inteso come intimamente connesso con il resto degli esseri viventi proprio dalla sua origine. Perciò, proprio nel “coltivare e custodire”, egli realizza se stesso. Il tentativo di porsi al di sopra nega questo compito e provoca una reazione a ogni livello, descritta nel prosieguo dei primi undici capitoli della Genesi, che culminerà nel racconto del diluvio e della torre di Babele e nella dispersione dei popoli. Non credo sia necessario costatare come oggi stiamo assistendo a questo sconvolgimento del creato, ben attestato dai cambiamenti climatici e dalle sue conseguenze nefaste, frutto in buona parte dello strapotere dell’uomo e, ancor peggio, dell’irresponsabilità con cui lo si affronta.

Il creato, un insieme di differenze.

Nell’universo: gli esseri viventi - uomo/donna - io/l’altro

   Nella vita quotidiana sembra davvero difficile stare di fronte alla diversità. Ognuno vorrebbe vivere con altri il più possibile simili a sé. Basta pensare a quanto facilmente eliminiamo o includiamo qualcuno nei gruppi social, cercando di essere connessi solo con chi la pensa come noi. Si passa allora al paradosso di giudicare ed escludere gli immigrati, magari esclusivamente in base al colore della pelle, o i rom, perché crediamo che siano in toto persone poco raccomandabili, gente da non frequentare. Seguendo questo istinto si finisce per litigare con un nostro parente, con il vicino o con il parrocchiano, in fondo solo perché non la pensa come noi e quindi non ci dà ragione. Infatti, convivere con la diversità è impegno e scelta, ma anche qualcosa d’indispensabile perché non ci rassegniamo a un mondo in perenne conflitto. 

   La diversità appare come un fatto evidente, indispensabile per la sopravvivenza del creato e del nostro pianeta. Gli esperti la chiamano biodiversità in riferimento agli elementi del cosmo, acqua, aria, terra, fuoco, e alla diversificazione dei loro composti. Proprio quest’anno il tema della “Giornata del creato” della Chiesa italiana riguarda la biodiversità: “Quante sono le tue opere, Signore” (Sal 104,24). Coltivare la biodiversità”. Siamo un mondo che continua a sussistere perché la biodiversità, la differenza degli elementi del creato, rende la vita possibile a tutti, esseri umani e non. Il nostro pianeta, ad esempio, è abitabile anche perché c’è il sole, che rende possibile la vita vegetale ed animale. Se si esaurisse il suo calore e la sua luce, la vita sulla Terra potrebbe estinguersi. Se il mare si riempisse di plastica, probabilmente renderebbe impossibile la sopravvivenza ai suoi abitanti, pesci ed alghe. Se le temperature continuassero a crescere e i ghiacciai a sciogliersi, città come New Orleans, New York e Miami (USA), Venezia, Bangkok (Tailandia), Shangai (Cina), Mumbai (India), Sidney (Australia), potrebbero essere in parte sommerse dall’acqua. Se il fiume Sacco continuasse nel suo processo d’inquinamento, la terra circostante non sarebbe più coltivabile, come lo è già in parte, e il mare si riempirebbe di scorie pericolose. Così sarebbero compromessi l’agricoltura e l’allevamento, con grave danno per la vita degli animali e dell’uomo. Se si continuasse senza scrupoli la deforestazione dell’Amazzonia, vero polmone delle Terra, o delle foreste tropicali, per la sete di risorse, o, in maniera più ridotta ma non meno grave, se i criminali continuassero a provocare incendi boschivi anche nel nostro Paese, ciò non farebbe che favorire l’impoverimento dell’ossigeno di cui abbiamo bisogno per vivere.

   Tale diversità riguarda anche gli esseri umani: essa è visibile, palpabile, impossibile da nascondere. La storia personale di ognuno di noi, come di tanti popoli, è la conseguenza di incontri, scambi culturali e commerciali, migrazioni, talvolta guerre. Pensate alla situazione dell’Italia prima dell’unificazione: un insieme di piccole unità autonome politicamente, frutto di diversi signori e di migrazioni secolari, dai cosiddetti barbari agli immigrati degli ultimi decenni, prima da sud a nord, poi da altri Paesi. Nonostante qualcuno possa affermare il contrario, l’italiano è meticcio, risultato d’incontri di popoli diversi, che sono venuti con la loro lingua, la loro tradizione, la loro cultura. Poi la nostra bella lingua, attualmente la quarta più parlata al mondo, ha favorito l’unificazione, l’unità nella diversità. Questa è l’innegabile storia del nostro Paese e di ogni Paese. Solo pochissime popolazioni, come ad esempio i nativi dell’Amazzonia o i pigmei della foresta equatoriale, sono ancora parzialmente estranee alla contaminazione di altre culture.

  La prima e più evidente differenza tra gli esseri umani riguarda i sessi: uomo/donna. La Bibbia dice che Dio li creò “maschio e femmina”. Purtroppo, abbiamo capito troppo tardi che ambedue sono fatti a “immagine somiglianza di Dio”, quindi hanno un’uguaglianza originaria; sono portatori, pertanto, di uno stesso valore umano e sociale. Soprattutto ambedue allo stesso modo portano in sé l’impronta di Dio e ne sono testimoni. Non è cosa da poco, di cui si dovrebbe avere coscienza, al di là della configurazione dei ruoli e delle funzioni nella società e nella Chiesa. Oggi sono ancora troppe le discriminazioni e la sottomissione della donna al dominio dell’uomo.

   La differenza uomo/donna ci aiuta a capire l’altra grande differenza che struttura ogni società: Io / l’altro.  “Io” non sono l’unico abitante del pianeta Terra. C’è anche “l’altro”, l’uno o i molti diversi da me, perché ogni individuo porta in sé stesso una diversità che non è omologabile a nessuno. Nella diversità c’è una dignità, come direbbe Jonathan Sacks, rabbino e scrittore, ma anche una ricchezza. Scrive Sacks: “Dio crea tutte le persone secondo la stessa immagine – la sua immagine – e ciascuna è differente” (Mishna, Sanhedrin, 4, 5). La sfida dell’immaginario religioso è vedere l’immagine di Dio in chi non rispecchia la nostra immagine. E’ il contrario del tribalismo, ma è anche qualcosa di diverso dall’universalismo” (La dignità della differenza, p. 72). Se ognuno incontrando l’altro lo vedesse con questo sguardo, lo stesso di Dio quando guarda a noi, quante cose cambierebbero nelle nostre relazioni e nelle parole che diciamo e scriviamo sui social, spesso affermazione prepotente del proprio io che non tollera differenze. “L’altro” è chiunque e sono tutti. Nella società odierna si sta affermando un rifiuto dell’altro, chiunque esso sia, a cominciare da chi appare più lontano da noi o da chi si porta addosso come una condanna, mai dichiarata, ma condivisa spesso da molti tanto da diventare in alcune fasi storiche patrimonio della maggioranza. Sono quegli stessi pregiudizi che sono diventati la premessa di tanti disastri e di orribili tragedie, come il genocidio dei cristiani nella prima guerra mondiale in Turchia o l’eliminazione di sei milioni di ebrei e di 500 mila zingari, assieme a molti “altri”, nella seconda guerra mondiale nei campi di sterminio nazisti. Il rifiuto dell’altro può portare tragiche e imprevedibili conseguenze. 

   Il libro della Genesi ce ne parla nel racconto di Caino e Abele, storia emblematica di tutta la vicenda umana. Caino rappresenta l’uomo forte. Lo conferma il fatto che la madre gli attribuisce un nome, nella Bibbia segno di dignità e identità. Abele, invece, nella lingua ebraica non è un nome proprio. L’ebraico ‘ebel si potrebbe tradurre con “un nulla”, “niente”. Egli infatti è presentato semplicemente come il “fratello” di Caino. Caino si trova cioè di fronte a un “altro”, diverso da lui. L’uno è agricoltore, Caino, l’altro pastore, Abele. L’uno è il forte, l’altro un “niente” di fronte a un forte. Caino non accetta questa diversità, tanto meno il fatto che Dio sembra privilegiare il fratello, il debole invece del forte. Ma il Signore è sempre così nella Bibbia! Lo era anche Gesù, che mangiava non con i giusti, bensì con i peccatori. La rottura della relazione avviene quando Caino comincia a covare rancore e tristezza e non ascolta il Signore che lo mette in guardia da questi sentimenti, premessa all’odio che porterà fino all’eliminazione del fratello. Ma tutto si compromette definitivamente allorché Caino smette di dialogare con il fratello. Il testo biblico originario scrive: “Caino disse al fratello Abele” (Genesi 4,5). Tuttavia, a questa affermazione non segue nessun dialogo. Caino non parla, Abele quindi non può rispondere. La fine del dialogo è una grave ipoteca sulla possibilità di vivere insieme nella diversità. Anzi, il dialogo è l’unica via che permette la convivenza tra diversi e si oppone al continuo istinto di prevaricare o eliminare l’altro dal proprio orizzonte esistenziale. Il dialogo presuppone l’accettazione della diversità.

La diversità ci interroga

   La differenza pone una serie di domande che vanno capite e affrontate, perché non è istintivo accettarla, sia che si tratti della varietà degli elementi della creazione, sia di quella inerente agli esseri umani. Di fronte ad essa è quasi normale reagire con paura, soprattutto quando non se ne conosce la natura. Si pensi alla reazione istintiva di terrore davanti a fenomeni naturali sconosciuti, ma anche all’istinto di diffidenza nei confronti di chi è diverso da me. La paura nasce spesso, infatti, dall’ignoranza, quindi dall’incapacità a elaborare risposte adeguate che non siano ostili o inefficaci. Se un bimbo ha paura dei lampi e dei tuoni, pian piano i genitori lo aiuteranno a comprendere che, pur dovendo essere prudenti in loro presenza, essi non sono scatenati da nessuna forza sconosciuta né maligna: sono fenomeni normali quando c’è un temporale. Allo stesso modo, la paura degli adulti (come, di conseguenza, quella dei bambini che li imitano) davanti allo straniero, si potrà superare nell’incontro, nella conoscenza, spiegando che gli stranieri sono donne e uomini come tutti, e come tutti possono essere buoni o cattivi. Ho illustrato alcuni esempi estremi: essi racchiudono risposte che frequentemente si elaborano davanti alla differenza. Vorrei ora riferirmi soprattutto alla reazione che, come dicevo, si può avere davanti alle diversità che riguardano gli esseri umani.

 

Accettare/omologare

   Un’altra vicenda molto toccante, oltre alla storia di Caino ed Abele già esaminata, è quella di Elia ed Eliseo, due grandi profeti. La loro missione è segnata dall’incontro con il bisogno di due vedove, che non erano figlie di Israele, una vedova di Sarepta di Sidone (1 Re 17) e una sunamita (2 Re 4). La delicatezza del racconto ci mostra l’attenzione con cui i due profeti soggiornano dalle due donne e come vengono incontro al loro bisogno, soprattutto al dolore di entrambe a causa della morte del loro unico figlio. Ambedue sono straniere. Elia ed Eliseo avrebbero potuto anche disinteressarsi di loro o chiedere loro di seguire le divinità dei popoli cui appartenevano. Essi, infatti, erano profeti del Dio di Israele, non avevano nulla in comune con quelle pagane. Invece semplicemente si pongono al servizio della vita di quelle donne. Gesù, nel Vangelo, citerà questi due racconti per sottolineare che l’amore di Dio è universale, perché raggiunge tutti, ma non richiede la conversione per venire in soccorso di chi soffre (Luca 4,24-27).

   Quanto è difficile tuttavia mettere in pratica una tale libertà nell’amare, quando ci si trova davanti ad un altro, così diverso da sé! C’è in noi la continua tentazione di omologare tutti al proprio io, al proprio pensiero, alle proprie ragioni. I gruppi social, dicevo, ne sono un esempio evidente. Condividere un post oggi è diventato spesso sinonimo di dare libero sfogo alle proprie emozioni, al rancore, alla rabbia, la quale a sua volta porta ad insultare o ad unirsi agli insulti altrui. Nessuna ragionevolezza, scarso pensiero, nessuna ragione. Solo emozione, risentimento, istinto narcisistico di affermare qualcosa contro qualcuno, invece di utilizzare i social per ragionare, scambiarsi informazioni, sviluppare un pensiero, discutere, dialogare.  Poi, se sei in un gruppo qualsiasi e ti senti tradito o se non condividi più le idee espresse in quel contesto, puoi tranquillamente toglierti. Basta, infatti, un clic per uscire dall’omologazione di un pensiero, dal fatto che non condividi più le idee di cui eri profondamente convinto e che ti facevano identificare in chi, fino a ieri, la pensava come te. Mi chiedo: si può vivere in questa gabbia? E’ proprio giusto ritenere che si possa vivere solo con chi la pensa come noi? Ancora: per sentirti vivo e protagonista è così necessario condividere insulti e rancori? Non vogliamo ovviamente negare leggi, principi e doveri che sono alla base di ogni società civile e di ogni convivenza umana. Ma Dovremmo forse immaginarci un mondo futuro omogeneo, in cui tutti condividono tutto e non accettano che qualcuno la pensi in maniera differente o si comporti diversamente? Infine, vorrei far notare come sui social manchi soprattutto l’ascolto dell’altro. Si fa fatica ad ascoltarsi e a discutere pacatamente. Un clic dice “mi piace”, un altro il contrario, ma non ci si confronta, non si discute, non si approfondisce, come se la verità fosse solo soggettiva, o condivisa dai tuoi “simili”, o meglio dai tuoi “cloni”. 

Accogliere/escludere

   Il secondo binomio di opposizione è strettamente collegato al primo. Caroline Emcke, giornalista e scrittrice tedesca, nel suo libro “Contro l’odio”, al fine di descrivere l’esclusione di qualcuno dal proprio mondo, prende spunto da un episodio biblico interessante, che troviamo nel libro dei Giudici al capitolo 12. Lì si racconta come, dopo la sconfitta della tribù di Efraim da parte dei Galaaditi, alcuni Efraimiti tentano di scappare. Così si legge: “I Galaaditi occuparono i guadi del Giordano in direzione di Efraim. Quando uno dei fuggiaschi di Efraim diceva: “Lasciatemi passare”, gli uomini di Galaad gli chiedevano: “Sei un Efraimita?”. Se rispondeva: “No”, i Galaaditi gli dicevano: “Ebbene, di’ scibbolet”, e se quello diceva: “Sibbolet”, non riuscendo a pronunciare bene, allora lo afferravano e lo uccidevano presso i guadi del Giordano”. La pronuncia esatta della parola rendeva possibile salvarsi, quella sbagliata morire. Bastava una piccola differenza, anzi un difetto di pronuncia, per essere eliminato. La Emcke commenta: “Il criterio legato alla parola shibbolet è tanto arbitrario quanto insormontabile: eppure attraverso di esso alcune persone saranno considerate non solo altre, diverse, ma addirittura nemiche. Questa vecchia storia è sorprendentemente attuale, una metafora di tutti in modi arbitrari con cui le società screditano o rifiutano determinati singoli o gruppi […]. I codici di esclusione sono diversi, e anche le conseguenze, ma le tecniche del dentro o fuori si assomigliano […]. A volte queste shibbolet determinano una stigmatizzazione. Altre volte, invece, giustificano la violenza o addirittura la istigano” (p. 108-109).

   Siamo purtroppo spettatori quotidiani di accoglienze e di esclusioni. Non si tratta in primo luogo dei profughi o degli immigrati, su cui si dovrebbe fare un discorso articolato, ma di situazione della nostra vita quotidiana. Pensiamo alle nostre relazioni. Quante volte per banali conflitti o divergenze, oppure per un senso di bontà o di giustizia, si escludono altri dalla nostra vita. Ciò avviene persino tra parenti e conoscenti, non solo tra estranei. Violenza e rabbia mettono in serio pericolo la convivenza a ogni livello. E spesso non c’è motivo razionale per la rabbia e la violenza, frutto di insoddisfazione o senso di rivalsa. Comincia con il lontano e arriva al vicino, a chi fino a ieri sembrava un amico e improvvisamente diventa l’opposto.

Accogliere invece è parte essenziale della vita cristiana, spirito fondante della nostra esistenza personale e delle nostre comunità, e direi, anche della nostra umanità. E’ la vera e unica risposta all’odio e a qualsiasi esclusione, è il seme buono che fa crescere qualsiasi società, perché si possa vivere insieme. Per questo il cristianesimo fin dalle origini contrastò ogni etnicismo, la chiusura nel proprio gruppo, nella propria omogeneità. L’impegno appassionato di San Paolo perché il Vangelo di Gesù fosse comunicato ai pagani s’inserisce in questa dimensione fondante della Chiesa, mai etnica, mai respingente. Quel passo antico, quanto bello, dello Scritto a Diogneto, uno dei testi cristiani più antichi dopo i Vangeli, sarebbe da scolpire nel cuore di ognuno di noi: “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come stranieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. …. A dirla in breve, com’è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani” (V-VI).

Servire/dominare

   Chi pratica l’esclusione degli altri vive spesso nella paura di essere defraudato del suo benessere o del suo potere. La favola che la cosiddetta invasione dei profughi, che nel nostro Paese in realtà non esiste, porti via il nostro benessere e il nostro lavoro, fa parte delle convinzioni assunte da molti; essa è indice delle menzogne di una società impaurita e in declino. Basti pensare che, se non ci fossero donne straniere a lavorare in Italia come badanti, molti anziani non potrebbero rimanere a casa loro. Se non ci fossero braccianti e operai immigrati la nostra agricoltura, e parte della nostra industria manifatturiera, soprattutto quella pesante, non potrebbero continuare a produrre. Ciò vale sia per l’Italia che per l’Europa.

   I totalitarismi sono sempre stati favoriti dalla paura di perdere il proprio benessere e dalle crisi economiche, che attribuivano ora all’uno ora all’altro il conseguente malessere della società. Il dominio assoluto è sempre connesso alla paura da incutere agli altri e che gli altri vivono per non essere estromessi dal benessere che il padrone di turno offre ai suoi sudditi. Il dominio approfitta della paura, che provoca risentimenti e rabbia, e la utilizza per la continuità del suo potere.

   Gesù è molto chiaro circa l’utilizzo del potere, quando al termine di una discussione dei discepoli su chi fosse tra loro il più grande ebbe a dire: “Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E preso un bambino, lo pose in messo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Marco 9,33-37).

   Più avanti, in modo simile, dopo che Giacomo e Giovanni gli avevano chiesto di stare uno alla destra e l’altro alla sinistra nella sua gloria, e dopo che i discepoli irritati di questa pretesa si erano arrabbiati con i due, egli disse: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Marco 10, 42-45). Gesù è fin troppo esplicito: non esiste nessuna composizione tra “dominio” e servizio” nella comunità dei discepoli. “Tra voi però non è così” indica il contrasto tra i due modi di esercitare la relazione all’interno della Chiesa. L’unica grandezza possibile e l’unico primato stanno nel servizio. Chi ha una posizione qualsiasi di governo non può che adeguarsi a questo comando evangelico. Infatti, chi non serve domina, possiede, esclude in base alle sue simpatie o giudizi oppure solo alle sue vere o presunte capacità.

   Pensiamo alla vita delle nostre comunità. Quante aspirazioni a ruoli e posizioni speciali! Non siamo a volte lontani da quanto succedeva ai discepoli di Gesù. E chi, per ministero o per incarico, ha ricevuto un ruolo particolare, non dovrebbe mai dimenticare il monito di Gesù, perché esso è fonte di grande libertà e di amore gratuito, unica linfa che permette di costruire una comunità matura e generosa, fatta di fratelli e amici. Gesù stesso infatti si presenta come il modello da seguire, lui che, nonostante fosse uguale a Dio, si è umiliato fino a diventare uno di noi per servirci e salvarci (cf. Filippesi 2,1-11).

Nel caos di Babele un popolo nuovo

   La conclusione dei primi undici capitoli della Genesi narra la storia della torre di Babele, in realtà costruzione di un tempio alla divinità simile a quello che Israele in esilio poteva contemplare a Babilonia: enormi e alti edifici a più livelli attraverso cui si accedeva al culto della divinità. Sono chiamate ziqqurat. In essa l’autore, che scrive non lontano da questo periodo storico, cioè l’esilio babilonese (VI secolo), cercando di rileggere la vicenda del suo popolo, vede il tentativo dell’umanità di creare un’unità sotto un unico potere, un po’ come quello di Dio, a scapito della differenza dei popoli e delle lingue. Ma questo tentativo è fallimentare. Dio non accetta un’unità che omologa tutti sotto lo stesso potere. Per questo disperde i popoli, vuole cioè che ci sia unità ma nella differenza. Del resto così era stato già descritto nei capitoli precedenti, che parlavano della divisione dei popoli (Genesi 10). La Bibbia vuole ammonire davanti al continuo tentativo umano di innalzarsi a padrone assoluto degli altri e del creato, espletando quell’eccesso antropologico, che vuole eliminare qualsiasi potere oltre noi stessi e unificare tutti attorno a sé. Il diluvio mostrava il ritorno al caos nel creato come la torre di Babele mostra il ritorno al caos nelle relazioni tra individui e popoli, con la conseguente impossibilità a vivere insieme, quando non si accetta di vivere l’unità nella diversità.  

   Il Signore tuttavia non rinuncia al suo desiderio di rendere possibile all’umanità di vivere insieme. Ricomincia da un singolo, Abramo. Nel caos del mondo Dio cerca qualcuno e trova un uomo in una terra importante in quel tempo: la terra tra i due fiumi, terra fertile e potente dominatrice di popoli. La parola rivolta ad Abramo fu diretta e chiara: “Esci dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti indicherò” (12,1).  Uscire dal particolare, dal proprio possesso, da ciò che ci è noto e familiare: è il primo passo verso qualcosa di nuovo per sé e per gli altri. La chiusura nel proprio mondo e nelle proprie certezze non renderà possibile la costruzione di un mondo di donne e uomini che sanno vivere insieme. Infatti Dio promette ad Abramo qualcosa di straordinario e incredibile: “Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benedicono e coloro che ti maledicono maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (12,2-3). Dalla fede di un uomo, che ascoltò Dio che gli parlava, cominciava una storia nuova per l’umanità: in lui sarebbe stato possibile per tutti essere benedetti, essere cioè destinatari dell’amore e della protezione di Dio. Dall’uscita di un uomo dal suo mondo e dalla sua terra Dio offriva di nuovo all’umanità la possibilità di vivere insieme come un solo popolo nelle diversità delle lingue e quindi delle culture. La rinuncia al particolare e al proprio fu foriera di un nuovo mondo di fratelli, un nuovo popolo, in cui sarebbe stata vinta l’impossibilità di capirsi e di vivere insieme.  Era il sogno di Dio fin dalle origini: rendere possibile convivere nella differenza, che ci fosse armonia nel creato e tra gli esseri viventi. Lo aveva cercato con l’uomo e la donna, con Caino e suo fratello. Ci aveva riprovato con Noè stabilendo una nuova alleanza con lui e la sua discendenza e ponendo nel cielo l’arco della pace, ma dai suoi figli nacquero divisione e spartizioni. L’umanità si andava dividendo fino a cercare unità nel tentare di costituirsi come dei padroni assoluti che sarebbero giunti persino al cielo, il luogo di Dio. Tutto ciò aveva provocato il caos. Dio tuttavia non rinuncia al suo sogno. Abramo ne fu inizio in modo del tutto particolare. Per questo in maniera significativa viene considerato da molti il padre di tutti i credenti.

Il Vangelo: buona notizia per un mondo pacificato

   Il caos ebbe origine per la violenza umana, come racconta il capitolo sesto della Genesi, secondo cui Dio intervenne perché “la terra, per causa loro (degli uomini) era piena di violenza” (6,15). La violenza segna la storia di ogni epoca: violenza sul creato, violenza sugli esseri viventi, piante, animali, donne e uomini che siano. La violenza oggi si manifesta in molti modi. Le guerre e l’ingiustizia verso i deboli e i poveri ne sono le espressioni più evidenti. Come non pensare anche alle violenze verbali, quelle pronunciate e quelle scritte sui social. La violenza mette a rischio le relazioni tra i singoli e i popoli. La violenza predatoria di chi si impossessa della terra e dei suoi beni rischia di distruggere il creato e mettere in pericolo la vita dei suoi abitanti. Scrive l’Instrumentum laboris per il Sinodo sull’Amazzonia: “L’Amazzonia oggi è una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e violenza, come sottolineano eloquentemente i rapporti delle Chiese locali. …La violenza, il caos e la corruzione dilagano. Il territorio è diventato uno spazio di scontri e di stermino di popoli, culture e generazioni” (§ 21).  Sembra un linguaggio duro, a noi forse estraneo. In realtà possiamo vedere descritta in queste poche righe anche la situazione di altre parti del nostro bel pianeta, laddove gli interessi e gli egoismi hanno lasciato solo tracce di degrado, distruzione, privazione di risorse una volta produttive ed essenziali per la vita. Infine, la violenza predatoria sul creato nelle sue diverse espressioni, umane e non, mette in seria discussione la pacifica convivenza. Possiamo trovare una risposta alla violenza dilagante? Possiamo trovare una risposta a questa situazione che sembra caratterizzare anche il nostro tempo, dove la rabbia e il rancore diventano facilmente risposte violente ormai accettate come normali?

   Quando Gesù invia i settantadue discepoli in missione affida loro un messaggio chiaro, consapevole delle difficoltà che troveranno e soprattutto della violenza che dovranno affrontare: “Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò due a due davanti a sé in ogni città a luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: La messe è molta, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate né borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque luogo entriate, prima dite: Pace a questa casa!”. (Luca 10,1-5).

    La prima indicazione non è da sottovalutare ed è l’immediata conseguenza di essere costituiti in un popolo, una comunità di sorelle e fratelli: Gesù li manda “due a due”. Pavel Florenski, prete della Chiesa ortodossa Russa ucciso in un gulag nel 1937, ha scritto un capitolo molto bello sull’amicizia, dove si sofferma proprio sul senso dell’essere in due e sul fatto che  Gesù manda i discepoli due a due: “Scrive san Girolamo: “Vengono chiamati a due a due, e a due a due inviati i discepoli di Cristo, perché non c’è amore in uno solo, come è stato detto: guai all’uomo solo …” Sant’Agostino disse: “E’ un sacramento d’amore che l’invia a due a due, sia perché l’amore non può sussistere tra meno di due persone” … Il sacramento d’amore (sacramentum caritatis) è il motivo supremo della vita a due…” (La colonna e il fondamento della verità, San Paolo, Torino 2010, p. 439). Non si è mai soli nella vita cristiana, perché sempre parte di un popolo, soprattutto quando viviamo la responsabilità di comunicare il Vangelo. Penso ad esempio ai catechisti, ai ministri straordinari dell’Eucaristia, ai facilitatori, agli operatori pastorali, e tutti noi quando incontriamo la gente nella vita quotidiana, dove viviamo e operiamo. La coscienza dell’essere dentro la storia e la realtà di un popolo può essere di grande sostegno. Nessuno di noi è un eroe solitario che si affida alle sue capacità. Tutti siamo mandati a preparare la strada al Signore che attraverso di noi cerca di entrare nella vita delle donne e degli uomini che incontriamo. Allo stesso modo viviamo la coscienza di essere mandati come operai della messe, ciascuno secondo il suo posto nella vita e nella Chiesa. Infatti la missione non è esclusiva di alcuni, come scrive in modo molto significativo papa Francesco nella Evangelii gaudium: “Io sono missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo” (par. 273). Essa è parte del nostro essere discepoli di Gesù. Certo, ed è la terza esortazione: pregate. La preghiera segna i passi dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo. Senza di essa tutto rimarrebbe sterile proclamazione o esibizione di noi stessi.

   Infine occorre essere consapevoli che si è mandati “come agnelli in mezzo ai lupi”. L’agnello, simbolo di mitezza, il lupo al contrario esprime la violenza del mondo. Il Vangelo della mitezza è l’unica risposta possibile alla violenza. Gesù per primo è l’agnello di Dio, colui che nell’offerta della vita ha vinto il nemico più temibile e invincibile, la morte. Per questo non ci si può trattenere, non si può prendere con sé il superfluo. C’è urgenza di entrare come agnelli nella vita dei lupi, nel cuore della loro violenza. Infatti, i discepoli devono dire solo una parola: “Pace”. Dalla violenza e dallo spirito di aggressività del nostro mondo non ci si difende scappando impauriti nel proprio benessere o nella propria nicchia, o magari lamentandosi e dicendo che tanto non si può far niente, oppure semplicemente evitando di incontrare i violenti. Il Signore chiede ai discepoli di entrare nel cuore della loro vita dicendo “pace”, portando quello spirito pacificatore proprio dei cristiani, l’unica arma contro la violenza. C’è bisogno di questo Vangelo, di questa buona notizia della pace. E’ l’arma dei cristiani!

   I racconti delle apparizioni di Gesù dopo la resurrezione sono segnati dal continuo saluto di pace di Gesù ai discepoli.  Eppure veniva da una storia di violenza, di abbandono, tradimento, che aveva portato a una morte infamante quanto ingiusta. Eppure Gesù risorto non recrimina, non rimprovera, ne avrebbe avuto pieno diritto, bensì dice: “pace”.  Lo dice ai discepoli impauriti secondo l’evangelista Luca (24,36). Lo ripete Giovanni che mette il saluto “pace a voi” per ben tre volte sulla bocca di Gesù che appare ai discepoli riuniti per paura in un luogo chiuso (20,19.21.26). La risposta a quella tremenda violenza poteva solo essere “pace”. Questa è la proposta del Vangelo del Risorto, l’unico che ha vinto la violenza ingiusta della morte. 

Oltre la solitudine

   Tutto è connesso, ogni essere vivente ha bisogno dell’altro per continuare a vivere. Non solo “nessun uomo è un’isola”, come disse Thomas Merton, monaco trappista e scrittore, ma nessun essere vivente è un’isola. Ognuno dipende dall’altro. Questo è un fatto ineludibile e incontrovertibile. Tutti nascono perché qualcuno ha dato la vita; anche se la vita fosse in provetta, nessuno se l’è data. Anche i più convinti della loro grandezza e del loro potere non potranno negare questa semplice verità. Almeno la vita non se la sono data, non sono stati capaci di deciderla.

   Per questo semplice motivo la solitudine non appartiene agli esseri viventi. Certo a volte si ha bisogno di solitudine, ma essa non può essere la nostra condizione permanente di un uomo e una donna. Noi siamo per struttura comunità, esseri viventi che si relazionano, che hanno bisogno dell’altro per essere pienamente se stessi. L’autosufficienza come condizione di vita senza gli altri sta diventando purtroppo la scelta di alcuni, favorita dai social che creano relazioni on line, mentre riescono a volte più complicate e difficili quelle off line. Chiedetelo agli anziani soli a casa o a quelli relegati in istituto se è bella la solitudine! Certo, qualcuno si abitua ad essa pur di poter sopravvivere e di non rammaricarsi troppo dell’abbandono in cui si viene a trovare (penso a tanti anziani). Altri ci si ritrovano immersi per paura del mondo complesso e difficile in cui siamo, del giudizio degli altri, come succede a tanti ragazzi e ragazze. In Giappone è stato calcolato che ci sono circa un milione di giovani che scelgono di “stare in disparte” (traduzione del termine giapponese che li caratterizza “hikikomori”). Ma, anche in Italia, se ne calcolano circa centomila. Paura, insoddisfazione, difficoltà di rapporti, rifiuto, esperienze negative, tutte queste cose sembrano produrre sempre più donne e uomini soli. Soli in vita, soli in morte. In Germania ci sono luoghi in cui ci si fa seppellire anonimi. Sarebbe come a dire: “Che nessuno mi ricordi”. “Che la mia memoria sia eliminata!”. Non credo sia una bella scelta per un mondo di donne e uomini in relazione!

   Siamo chiamati a riscoprire la bellezza e la gioia della relazione, del vivere con e per gli altri. Questo è uno dei punti cardini della vita cristiana: essere comunità, oltre la solitudine, oltre l’impossibilità a vivere insieme nella differenza. Creiamo armonia nel creato perché questa armonia delle differenze ci aiuti a costruire un mondo pacificato, in cui ognuno viva la gioia della comunione pacifica e della relazione liberante dal peso della solitudine. Ognuno sia davvero una parte di quest’armonia, perché il creato nella diversità dei suoi abitanti possa continuare a esistere nella sua bellezza e non continui a perderla per gli egoismi e la prepotenza dell’essere umano. Custodi sì, dominatori e padroni no, mai più!

Vorrei concludere questa mia riflessione invitandovi a pregare insieme con le parole del Salmo 104, uno dei testi biblici che, con stile poetico, utilizza immagini davvero commuoventi per descrivere la bellezza dell’opera di Dio. Il Salmo ci insegna che la forma forse più elevata della preghiera non è solo richiesta o un’implorazione, quanto prima di tutto, in ogni circostanza, benedire il Creatore e rendere lode per tutte le sue opere, segno della sua saggezza e del suo amore per tutti noi.

Settembre 2019

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Salmo 104

[1] Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Sei rivestito di maestà e di splendore,
[2] avvolto di luce come di un manto,
tu che distendi i cieli come una tenda,
[3] costruisci sulle acque le tue alte dimore,
fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento,
[4] fai dei venti i tuoi messaggeri
e dei fulmini i tuoi ministri.
[5] Egli fondò la terra sulle sue basi:
non potrà mai vacillare.
[6] Tu l’hai coperta con l’oceano come una veste;
al di sopra dei monti stavano le acque.
[7] Al tuo rimprovero esse fuggirono,
al fragore del tuo tuono si ritrassero atterrite.
[8] Salirono sui monti, discesero nelle valli,
verso il luogo che avevi loro assegnato;
[9] hai fissato loro un confine da non oltrepassare,
perché non tornino a coprire la terra.
[10] Tu mandi nelle valli acque sorgive
perché scorrano tra i monti,
[11] dissetino tutte le bestie dei campi
e gli asini selvatici estinguano la loro sete.
[12] In alto abitano gli uccelli del cielo
e cantano tra le fronde.
[13] Dalle tue dimore tu irrighi i monti,
e con il frutto delle tue opere si sazia la terra.
[14] Tu fai crescere l’erba per il bestiame
e le piante che l’uomo coltiva
per trarre cibo dalla terra,
[15] vino che allieta il cuore dell’uomo,
olio che fa brillare il suo volto
e pane che sostiene il suo cuore.
[16] Sono sazi gli alberi del Signore,
i cedri del Libano da lui piantati.
[17] Là gli uccelli fanno il loro nido
e sui cipressi la cicogna ha la sua casa;
[18] le alte montagne per le capre selvatiche,
le rocce rifugio per gli iràci.
[19] Hai fatto la luna per segnare i tempi
e il sole che sa l’ora del tramonto.
[20] Stendi le tenebre e viene la notte:
in essa si aggirano tutte le bestie della foresta;
[21] ruggiscono i giovani leoni in cerca di preda
e chiedono a Dio il loro cibo.
[22] Sorge il sole: si ritirano
e si accovacciano nelle loro tane.
[23] Allora l’uomo esce per il suo lavoro,
per la sua fatica fino a sera.
[24] Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.
[25] Ecco il mare spazioso e vasto:
là rettili e pesci senza numero,
animali piccoli e grandi;
[26] lo solcano le navi
e il Leviatàn che tu hai plasmato
per giocare con lui.
[27] Tutti da te aspettano
che tu dia loro cibo a tempo opportuno.
[28] Tu lo provvedi, essi lo raccolgono;
apri la tua mano, si saziano di beni.
[29] Nascondi il tuo volto: li assale il terrore;
togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
[30] Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
[31] Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
[32] Egli guarda la terra ed essa trema,
tocca i monti ed essi fumano.
[33] Voglio cantare al Signore finché ho vita,
cantare inni al mio Dio finché esisto.
[34] A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore.
[35] Scompaiano i peccatori dalla terra
e i malvagi non esistano più.
Benedici il Signore, anima mia.
Alleluia.