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cammino-1Care sorelle e cari fratelli,

a circa un anno dal Convegno Diocesano, in cui vi ho consegnato la Lettera Pastorale sulla Domenica, sono molto contento di ritrovarmi con voi per questa assemblea. Essa coincide con una data significativa per la vita della nostra Diocesi. Proprio venticinque anni fa come ieri, il 30 settembre 1986, veniva emanato il Decreto Pontificio che sanciva l'unificazione della Diocesi di Frosinone-Veroli con la Diocesi di Ferentino. Domani ricorderemo questo passaggio storico nella Liturgia Eucaristica. Faremo poi una memoria solenne alla fine di febbraio, perché fu il 27 febbraio 1987 che il Vescovo Diocesano Angelo Cella dava esecuzione al Decreto celebrando per la prima volta nella Chiesa di Santa Maria come Cattedrale dell'intera Diocesi. Unificazione significa unità, ma anche storia di venticinque anni, storia di fede, di donne e uomini che hanno iniziato un cammino comune con il Signore in questa porzione di Chiesa. Vorrei innanzitutto rivolgere il mio pensiero a coloro che mi hanno preceduto come pastori della nuova Diocesi, Mons. Angelo Cella e Mons. Salvatore Boccaccio, per il loro prezioso servizio all’unità, e poi ringraziare tutti voi e coloro che prima di voi hanno vissuto questa storia di unità e di comunione con impegno, fede e carità. Questi due giorni insieme siano allora una lode al Signore per il dono di essere insieme, ma allo stesso tempo una domanda sul cammino percorso e su quanto sta davanti a noi.

   L'unità è un dono preziosissimo in un mondo che tende a dividersi, dove le città, i paesi, persino le famiglie, non sono più comunità. Se mai si formano consorterie, nascono gruppi, comitati, contrapposti agli altri e tesi solo al proprio interesse. Quanto è difficile fare unità, essere comunità nel nostro mondo individualista! Per questo torniamo a riflettere sulla Domenica e sulla Liturgia Eucaristica, perché da lì nascono comunione e unità. Il Congresso Eucaristico Nazionale ha posto a tutti la domanda degli apostoli quando tutti volevano abbandonare Gesù a causa delle parole sul pane di vita: “Signore, da chi andremo?” Sì, Signore, da chi andremo se non da te! Per questo siamo qui e ti chiediamo di aiutarci in questi giorni a ritrovare quell'unità che nella vita facciamo fatica a vivere. Lo vogliamo fare a partire dalla Lettera Pastorale, riprendendo alcune domande che vi sono state date. Io vi aiuterò con una breve riflessione sui due brani evangelici della parabola dell'invito al banchetto, Matteo 22,1-14 e Luca 14,15-24.

   I due evangelisti hanno in comune l’invito a un pasto, il banchetto del regno secondo Matteo, una cena per Luca. In ambedue i casi il pasto è già stato preparato. Bisogna solo che gli invitati vi prendano parte. Già i Padri della Chiesa hanno identificato questo banchetto con l’Eucaristia, come attesta ad esempio Sant’Agostino (Discorso 90, Sulle parole del Vangelo di Matteo di Mt 22,1-14 sulle nozze del figlio del re. Contro i Donatisti, sulla carità, n. 5). L’invito appare subito come un dono, a cui nessuno ha contribuito nella preparazione. Tutto è stato preparato con cura e solennità da colui che ha invitato. Il grande desiderio di Dio è di avere tutti alla mensa del suo Figlio. Egli sa che gli uomini hanno bisogno di quel cibo che lì viene distribuito, quel pane di vita eterna di cui parla Gesù. Per Matteo questo banchetto è addirittura quello del regno dei cieli, il regno di Dio, quindi si pone in una prospettiva rivolta al futuro. Non siamo noi i protagonisti, non siamo neppure il re o quell’uomo ricco che hanno preparato tutto, ma siamo semplicemente i servi.

   L’invito ha un carattere universale: “buoni e cattivi” per Matteo, poveri e altri incontrati per caso per Luca. Nessuno è escluso dal banchetto. Lo sguardo misericordioso di Dio si rivolge verso tutti, senza distinzioni preconcette, anzi privilegia i poveri.
 

“Mandò i suoi servi”

     Qual è il ruolo dei servi? Essi sono mandati a chiamare gli invitati già previsti e ad invitare altri all’ultimo momento, perché la sala deve essere piena. Non sono invitati solo quelli già previsti, bensì i servi devono andare da tutti (“buoni e cattivi” in Matteo), secondo Luca cominciando da poveri, storpi, ciechi e zoppi (sono quelli che incontra e guarisce Gesù, i primi del regno di Dio, i beati del regno).  Qui emerge una responsabilità personale e delle nostre comunità, che appare triplice in relazione a coloro che sono stati invitati: i primi invitati, cioè noi; tutti gli altri (è la missione della Chiesa); i poveri.

 
Dio invita noi al banchetto

     La responsabilità è innanzitutto verso quelli che sono stati invitati per primi. Si tratta di riflettere sulle giustificazioni portate, ed esplicitate soprattutto in Luca, da coloro che non accettano l’invito. Sono tutte giustificazioni plausibili e non lontane da quelle che si adducono normalmente anche oggi, tenuto conto del cambiamento dei tempi. Ognuno ha il suo campo da andare a vedere, i buoi da provare, una festa a cui non si può mancare.  Tanto quel banchetto preparato può aspettare. Sì, pare incredibile a pensarci, ma l’invito che il Signore ci rivolge può aspettare. L’amore gratuito di Dio, il suo invito alla mensa dell’altare non è tra le priorità della nostra vita.  E’ quasi paradossale! Se qualcuno ti invitasse a una festa gratuitamente, rifiuteresti? Eppure, quante volte rifiutiamo l’invito di Dio! Così spesso si pensa: “Se non partecipo una domenica, non è poi così grave”. La Domenica è ormai diventata il giorno in cui sbrigare le faccende che non si riescono a fare durante la settimana. Si ha sempre da fare, perché siamo in una società del fare, in cui ci si agita da una cosa all’altra senza interruzione, raramente soddisfatti, ma sempre in movimento, perché fermarsi costa, fa riflettere. Si ha quasi paura di fermarsi. Sembra una perdita di tempo riflettere, leggere, meditare, pregare. Siamo in un mondo pieno di paure, perché quando si è angosciati per sé, gli altri diventano estranei e talvolta persino nemici. Per questo vince il conformismo, figlio di una società senza cultura, senza un pensiero e una visione.

    Dio “si arrabbia” davanti al rifiuto degli invitati. Spesso nella Bibbia e anche nei vangeli si parla dell’ira e dello sdegno di Dio e di Gesù. La sua ira è però, badiamo bene, ben diversa dall’ira che ci prende quando dobbiamo difendere noi stessi, le nostre ragioni, le nostre abitudini. Diceva un grande scrittore ebreo del secolo scorso che l’ira di Dio è “la fine dell’indifferenza”. Nella Bibbia infatti Dio si sdegna per l’ingiustizia verso i poveri, per l’incomprensione e il peccato del suo popolo, perché non viene ascoltato. Nella parabola evangelica Dio si sdegna perché quella gente non ha capito il suo grande dono, perché sono indifferenti, non sanno apprezzare quello che ricevono gratuitamente. L’indifferenza è la malattia della nostra società e di ognuno di noi. Scriveva quel grande uomo e poeta che è stato Padre Davide Maria Turoldo: “Signore, fa che ritorni fanciullo, al sapore vero delle cose, al gusto del pane e dell’acqua. Il tempo ha limitato i sensi fino a renderli impassibili. Signore, salvami dall’indifferenza, da questa anonimia di uomo adulto. E’ un male di cui soffriamo senza averne coscienza. E’ la morte di ogni religione, di ogni poesia, l’indifferenza e l’assenza dello spirito sono la causa della nostra schiavitù e decadenza. Quando un popolo è indifferente, allora sorgono le dittature e l’umanità diventa un gregge solo. Allora il bene è uguale al male, il sacro uguale al profano e l’amore è unicamente piacere, un male il sacrificio, un peso la libertà e la ricerca. Signore, salvami dal colore grigio dell’uomo adulto e fa che tutto il popolo sia liberato da questa vecchiaia dello spirito. Ridonaci la capacità di piangere e gioire, fa che il popolo ritorni a cantare nelle tue chiese”. Sono parole profonde, che aiutano a riflettere su di noi e sulla società in cui viviamo, e forse a chiederci se non ci stiamo addormentando nell’indifferenza verso gli altri e il mondo, verso i milioni di poveri di tanta parte del pianeta, verso l’ingiustizia e la violenza della vita di ogni giorno, verso la sofferenza e la solitudine di tanti anziani e malati, sensibili a noi stessi, ma poco al dolore del prossimo, abituati ad accettare ogni cosa come se fosse tutto uguale e normale, senza scandalizzarci e ribellarci.
 

“Venite, è pronto”

    Esiste poi la responsabilità verso gli altri, quelli che non ci sono (buoni e cattivi). E’ la missione della Chiesa o la nuova evangelizzazione, a seconda dei contesti, ma la preoccupazione è la medesima: comunicare il Vangelo di Gesù Cristo, la sua umanità, il suo amore. Dovremmo avere lo sguardo di Gesù per accorgerci che il mondo è pieno di gente disorientata, senza pastori, senza padri e madri che comunicano amore, comprensione, attenzione, che aiutano a pensare per non vivere nel conformismo. La domanda che sorge spontaneamente è se ci occupiamo anche di quelli che non ci sono o non sono mai stati invitati, oppure continuiamo ad occuparci solo di noi. Come altre volte ho sottolineato, o la Chiesa e ogni comunità sono missionarie, cioè vivono l’estroversione dell’amore cristiano, della cultura cristiana, oppure si condannano all’aridità e alla scomparsa, si condannano al grigio del nostro mondo, in cui non ci si appassiona di niente se non di se stessi. Ma di chi è la responsabilità? Dei preti? Dei catechisti? Delle religiose? Del consiglio pastorale? O non è forse di tutti? Scrive San Giovanni Crisostomo  commentando il brano di Luca 14 a proposito di “quelli che non ci sono”: “Prendetevi cura di loro, invitateli. So che lo avete fatto spesso, ma non è niente di averlo fatto spesso: dovete farlo fino a che non li avete persuasi e attratti. So quanto è poco gradevole questo ruolo di importuni, di cui io vi incarico e che spesso non vi ha portato alcun guadagno, ma che San Paolo vi consoli con queste parole: «La carità tutto spera, tutto crede, l'amore non avrà mai fine» (1 Cor.13,7ss)”. Poi aggiunge delle indicazioni concrete: “Poco prima dell'ora dell'Ufficio divino, vai a casa di tuo fratello, attendi alla porta, e quando esce, prendilo con te. Ti obietterà forse mille impegni più urgenti, resta saldo, non lasciare che metta mano a qualsiasi lavoro mondano prima di frequentare l'intero ufficio. Lui si difenderà, resisterà, metterà venti presunte scuse, tu non ascoltare, non arrenderti, digli, fargli capire che i suoi affari andranno meglio quando avrà partecipato all’ufficio sino alla fine, avrà partecipato alle preghiere e avrà goduto delle benedizioni dei padri, per queste e altre simili ragioni, incatenatelo a te per portarlo a questo sacro banchetto, e il tuo premio raddoppierà, perché, non contento di andarci da solo, vi avrai condotto i tuoi fratelli.”

      Il documento della Chiesa italiana per questo decennio si intitola “Educare alla vita buona del Vangelo”. E’ dedicato cioè alla educazione nelle sue diverse espressioni. Si tratta di un itinerario di maturazione umana e cristiana. Educare è innanzitutto per noi cristiani voler bene, avvicinare a Gesù, far conoscere la Parola di Dio, radicarsi nella fede e nel pensiero della Chiesa, perché ognuno possa essere coinvolto nell’umanità buona e misericordiosa di Gesù in questo mondo così poco umano. Se le feste e le devozioni non aiutano ad avvicinare attraverso i santi a Gesù, tutto è inutile; siamo nel folclore, nell’entusiasmo, e talvolta anche in forme religiose che rischiano di mettere i santi in una posizione che non è la loro, deviando lo sguardo dell’anima da Cristo che solo è “la via, la verità e la vita”. Queste forme esteriori talvolta non incidono sulla vita, non aiutano la conversione del cuore. Penso allora al valore della catechesi dei piccoli, dei giovani, degli adulti, delle famiglie, dei fidanzati. Penso al coinvolgimento delle famiglie, dai piccoli ai nonni,  nella Messa della Domenica. Ma la catechesi nasce da uno sguardo di amore, dalla consapevolezza che un mondo senza fede è meno umano, e che quindi tutti hanno bisogno di riscoprire la bellezza dell’incontro con Gesù e con la comunità dei fratelli. Avevo chiesto di indirizzare la catechesi verso la Domenica proprio per questo. Mi chiedo se ci stiamo almeno muovendo in questa direzione. E’ facile continuare a seguire le abitudini acquisite, dando magari la colpa agli altri delle cose che non si possono cambiare: i genitori, i ragazzi pieni di attività, le giornate impegnate, le famiglie. I cambiamenti si costruiscono con pazienza e amore, ma ci si deve pur provare, cominciando a non dire più: si è sempre fatto così. Forse si osa poco dire a se stessi e agli altri che la vita cristiana è conversione, cioè cambiamento di se stessi, per poter insieme cambiare il mondo. Intraprendiamo ciascuno la via del cambiamento, senza pretendere questo solo dagli altri, parlandone male o criticandoli, come si fa talvolta, e senza amarli!


L’invito ai giovani

     Sono preoccupato per i giovani. Molti non conoscono Gesù e non frequentano la Chiesa. Tuttavia la maggioranza sceglie ancora l’insegnamento della religione nella scuola. Sono circa il 97% nelle scuole della Diocesi. Non si potrebbe fare qualcosa in più? Invece di cedere alla tentazione di lamentarsi, criticando i giovani, ci si dovrebbe chiedere perché non ci frequentano, se noi abbiamo fatto di tutto per aiutarli, e soprattutto chiedersi come avvicinarli a Gesù, come farli incontrare con la bellezza e la gioia della vita cristiana, come ascoltarli e diventarci amici. Ne ho parlato con gli insegnanti di religione e li ringrazio per gli sforzi che fanno in questa direzione. Per questo ho scritto una lettera a tutti i giovani delle scuole superiori per aprire con loro un dialogo. La nuova evangelizzazione è possibile innanzitutto ponendosi delle domande, non continuando a ripetere stancamente le stesse cose per anni, imparando a guardare gli altri con amore cogliendo il bisogno che qualcuno li ascolti e parli con loro.
 

“Andate ai  crocicchi delle strade”

    Infine l’invito ai poveri, storpi, ciechi e zoppi. Anche questo è stato un aspetto della lettera pastorale. Certo abbiamo il prezioso servizio della Caritas diocesana nelle sue molteplici espressioni. Ricordo solo l’accoglienza ai profughi dalla Libia, che tanta solidarietà ha suscitato nei luoghi dove sono stati ospitati, oppure le raccolte di generi alimentari, che ha coinvolto molte persone, o nelle ultime settimane la distribuzione di frutta e verdura, proveniente dal mercato ortofrutticolo di Fondi,  così utile per famiglie e anziani in difficoltà. Questa attenzione deve essere estesa. La carità non è un compito solo della Caritas, ma è responsabilità evangelica per ognuno di noi. Ricordiamoci che saremo giudicati su questo, perché nei poveri incontriamo Gesù.

   Avevo attirato l’attenzione sugli anziani. Ribadisco che molti sono soli sia a casa che negli istituti, e hanno bisogno di essere aiutati, hanno bisogno soprattutto di amicizia e compagnia. So che alcuni hanno preso sul serio questo invito, cominciando ad esempio a visitare gli anziani in istituto. Conosco alcuni gruppi di adulti e di giovani, appartenenti a movimenti ecclesiali e parrocchie, e ne sono contento, che hanno iniziato a recarsi settimanalmente nelle case di riposo della nostra provincia. Visitano gli anziani ricoverati, pregano e fanno festa con loro: li ringrazio perché hanno ascoltato il mio invito, ma anche noto come è nata una identità nuova in questi gruppi attorno alla gratuità dell’amore cristiano verso gli anziani. E’ la stessa gioia che provano alcuni adulti e membri di confraternite, che la domenica hanno preso ad accompagnare a Messa gli anziani in alcune parrocchie. Nel recente cammino diocesano delle confraternite ad Amaseno ho chiesto a tutte di caratterizzare la loro appartenenza con quest’opera di carità. A voi che avete ascoltato la mia esortazione e avete cominciato a prendervi cura di chi è nel bisogno dico: scrutate la gioia che provate nel cuore in questo amore gratuito per i nostri vecchi e troverete in voi i sentimenti del vangelo e vedrete quanto sono vere le parole di Gesù, “c’è più gioia nel dare che nel ricevere!”

  A tutti nuovamente chiedo di interrogarsi su questo, non continuando a dire che non esiste il problema o che tanto noi conosciamo già tutti gli anziani nel bisogno. Non è vero e l’ho costatato di persona. Ci sono anziani che vivono soli anche nelle case vicino alle parrocchie. Vecchie case con scale che i vecchi non riescono a scendere più per fare la spesa o andare alla Messa. Andate a cercarli, visitateli, aiutateli, portateli alla Messa della Domenica.

   Infine i poveri vanno anche evangelizzati. Ad esempio bisognerebbe riflettere seriamente su una pastorale della terza età. E qui penso e conosco il servizio prezioso di tanti sacerdoti e dei ministri straordinari dell’Eucaristia, che ogni mese visitano gli anziani e i malati, portando loro Gesù Eucarestia. Un parroco mi ha raccontato recentemente della sua commozione vedendo un anziano solo, povero, che ogni volta  che lui va a visitarlo lo accoglie facendolo sedere sulla sola sedia che ha in casa, insistendo per restare lui, debole, in piedi. Quanto preziosa è una visita per chi è solo: è vita, dà vita. Non dovrebbe la nostra vita parrocchiale essere arricchita da visite più frequenti agli anziani, coinvolgendo in questi preziosi momenti, vere opere di carità, più parrocchiani e anche i giovani?


Servi o padroni?


    Una caratteristica dei servi si rivela nella loro prontezza a rispondere al padrone: vanno e basta. Ci sono troppi distinguo e troppi individualismi, e talvolta anche uno scarso senso di responsabilità rispetto alle indicazioni che vengono date. Ho già citato da poco i vari ambiti su cui vi avevo invitato a riflettere e su cui vi chiedo di dare una risposta nelle varie realtà in cui operate e vivete: catechesi, servizio, evangelizzazione, cura della chiesa e della liturgia. Siamo tutti umili servi. Nessuno è padrone, anche se talvolta si preferisce fare da padroni. Quando non si ascolta, significa che si segue se stessi e si vive come i padroni che, sicuri di sé, continuano a fare quello che hanno sempre fatto, senza neppure lo sforzo di chiedersi se non si potrebbe agire diversamente, incolpando e criticando gli altri per i propri insuccessi, esaltandosi quando le cose vanno bene.


L’abito nuziale

     In Matteo la parabola termina con l’espulsione dalla sala del banchetto da parte del re di uno che non indossava l’abito nuziale. Certo, si potrebbe dire che quel re non si accontenta mai, è esagerato. Erano venuti, magari presi per strada, all’improvviso; come facevano anche ad indossare l’abito nuziale? Non ha troppe pretese il Signore anche nei nostri confronti? E’ vero, cari amici: il Signore è esigente, ci vuole belli davanti a lui, non con l’abito di sempre, l’umore di sempre, il solito linguaggio, gli stessi pensieri, il cuore di sempre, le solite abitudini. Non si può partecipare al banchetto dell’Eucaristia con il solito vestito, il nostro vestito, quello che piace a noi.  Questo vestito è tutto ciò che ci riveste esteriormente e interiormente. Esteriormente si potrebbe pensare a tutti quegli aspetti che fanno bella la celebrazione eucaristica. C’è una parte della lettera pastorale che cerca di riflettere su questo, dando anche delle indicazioni. Non si può essere sciatti, senza cura per i paramenti, le tovaglie dell’altare, le suppellettili liturgiche, senza ministranti o con ministranti che non sanno cosa devono fare. La liturgia eucaristica non va improvvisata. Per questo la domenica non si possono celebrare messe una dietro l’altra! Meglio una Messa in meno e ben fatta, che due messe celebrate in fretta. Questo non è solo un problema dei sacerdoti, ma di tutti, perché anche i parrocchiani non possono pretendere che ci siano le stesse messe di 30 o 20 anni fa. Non è possibile. E poi la celebrazione. Nella lettera pastorale ci sono utili indicazioni che andrebbero realizzate, da come si legge preparati a come ci si accosta alla santa comunione. Insomma, la celebrazione deve essere bella, deve attrarre, perché le cose sciatte e improvvisate non attraggono, anzi, respingono.

   Poi c’è il problema dell’abito interiore. La Domenica è giorno di riconciliazione con Dio e tra noi. Come ci prepariamo alla celebrazione? L’indicazione di indirizzare la catechesi alla domenica rientra in questa preoccupazione, perché si sia coscienti maggiormente del mistero a cui siamo invitati. Attorno alla mensa del Signore ritroviamo quei sentimenti e quei pensieri buoni, che fanno la vita del cristiano e che sono così ben enumerati dall’apostolo Paolo nel capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinzi. Secondo Sant’Agostino l’abito nuziale è proprio la carità di cui parla l’Apostolo. Egli scrive: “Ecco l'abito delle nozze! Esaminate voi stessi: se lo avete, voi starete sicuri al banchetto del Signore. In un unico individuo esistono due impulsi dell'anima: la carità e la cupidigia. Nasca in te la carità, se non è ancora nata, e se già è nata, venga allevata, venga nutrita e cresca. Per quanto riguarda la cupidigia, al contrario, in questa vita non può essere eliminata del tutto - poiché se diremo di non avere peccati, inganniamo noi stessi e in noi non c'è la verità; ma noi commettiamo dei peccati nella misura in cui abbiamo la cupidigia; facciamo sì che cresca la carità e diminuisca la cupidigia affinché quella, cioè la carità, venga portata un giorno alla perfezione, e la cupidigia venga ridotta all'estinzione. Indossate l'abito delle nozze; rivolgo quest'esortazione a voi che non l'avete ancora. Voi siete già dentro la Chiesa, vi siete già accostati al banchetto, ma non avete ancora l'abito da indossare in onore dello sposo, poiché andate ancora in cerca dei vostri interessi, non di quelli di Cristo. L'abito di nozze infatti s'indossa in onore dei coniugi, cioè dello sposo e della sposa. Voi conoscete lo sposo: è Cristo; conoscete la sposa: è la Chiesa. Recate onore allo sposo e alla sposa. Se onorerete come si deve gli sposi, voi ne sarete figli. Fate quindi progressi a questo riguardo. Amate il Signore e con questo sentimento imparate ad amarvi tra voi; in tal modo quando vi amerete tra voi amando il Signore, amerete sicuramente il prossimo come voi stessi”.

   Nel giorno del Signore siamo rivestiti dell’abito delle nozze, dell’uomo nuovo che Gesù è venuto a donarci, trasfigurando la nostra umanità vecchia, talvolta inaridita, arrabbiata, insoddisfatta, invidiosa, pettegola, impaurita, disorientata, dominata altre volte dalla concupiscenza, cioè dall’istinto egoistico dell’io. Ascoltando la Parola di Dio, ricevendo il suo perdono, accostandosi all’Eucaristia, noi riceviamo quel cuore di carne di cui parlano i profeti. Abbiamo bisogno di gente con un cuore di carne, che sa fermarsi accanto al bisogno, commuoversi, vestire l’abito della carità, amare, vivere nella simpatia, vincere il male con il bene. Se tutti indosseremo questo abito, ci ritroveremo nell’unica famiglia di Dio, fatta di fratelli e sorelle, che riscoprono l’unità e l’amicizia che vengono dall’essere parte dell’unico corpo di Cristo, la Chiesa  nostra madre e maestra. Per questo la Domenica è il giorno della comunità, il giorno della festa dell’amore di Dio per noi, e insieme la riscoperta della bellezza del ritrovarsi insieme nella sua famiglia.

   Concludo con le parole di San Giovanni Crisostomo, che canta la bellezza e la pace dell’incontro con il Signore nella sua casa: “Come un porto dove non c’è vento né tempesta e che dà sicurezza ad ogni nave ancorata nel mare profondo, questa è la casa di Dio, che toglie gli uomini che vi entrano dal vortice del mondo e dà loro un rifugio calmo e tranquillo dove si può ascoltare la voce di Dio. Questa casa è un’occasione di virtù ed una scuola di saggezza, non solo al momento dell’assemblea, mentre si legge la Scrittura, mentre l’istruzione discende dal pulpito e i padri venerabili siedono ai loro primi posti, ma anche in qualsiasi altro momento, a qualsiasi ora, infatti entriate in una chiesa sentite le vostre spalle alleggerirsi dal fardello della vita. Fin dai primi passi che fate in questo sacro suolo, una sorta di atmosfera spirituale vi avvolge, una pace profonda prende il vostro animo con un religioso timore, vi fa penetrare la saggezza, eleva il vostro cuore, vi fa dimenticare il mondo visibile e vi porta dalla terra fino al cielo. Se ciò avviene anche solo venendo qui senza che vi sia l’assemblea, che sarà quando vi si ode la voce tuonante dei profeti, quando gli Apostoli vi predicano il Vangelo, quando il Cristo è sull’altare, quando il Padre accoglie i misteri che vi si compiono, quando lo Spirito Santo vi porta le gioie dell’amore divino! Quale abbondanza di grazia raccolgono allora coloro che sono presenti! Di quali vantaggi si privano coloro che sono assenti!” (Commento all’inizio della 1 Lettera ai Corinzi).


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