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001 apertura-convegno† Dal Vangelo di Marco 8,22-9,1

8,22 Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. 23 Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: "Vedi qualcosa?". 24 Quello, alzando gli occhi, diceva: "Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano".25 Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. 26 E lo rimandò a casa sua dicendo: "Non entrare nemmeno nel villaggio".

 

27 Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: "La gente, chi dice che io sia?". 28 Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti". 29 Ed egli domandava loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". 30 E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

 
31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: "Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini". 34 Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. 36 Infatti quale vantaggio c'è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? 37 Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? 38 Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi".
 

9:1 Diceva loro: "In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza".



 

003 Lectio-Vescovo-1Care sorelle e cari fratelli,

non ho intenzione di tracciare un itinerario per l’anno pastorale appena cominciato, perché già ho indicato nel documento sull’Iniziazione Cristiana e la Catechesi degli adulti la priorità su cui siamo chiamati a lavorare insieme a partire da quest’anno, all’interno del programma già tracciato nella Lettera Pastorale sulla Domenica. Su questo verterà anche la discussione nei gruppi di studio che seguiranno questa introduzione.

   Vorrei offrirvi una riflessione su quest’anno straordinario inaugurato l’11 ottobre dal Santo Padre, l’anno della fede. Il Motu proprio “La porta della fede” ci propone questo tempo di riflessione e di crescita spirituale e dottrinale a partire da due anniversari: i cinquanta anni dall’apertura del Concilio Vaticano II e i venti anni dalla promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Avremo modo durante quest’anno di ritornare sui documenti del Concilio e sul Catechismo.

   Oggi ci introduciamo nello spirito di questo tempo con una Lectio Divina sul testo del vangelo di Marco che abbiamo ascoltato e che ci è proposto dal titolo di questa Assemblea Diocesana: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

 

   Il testo evangelico che abbiamo letto si compone di tre parti: 1. La guarigione del cieco di Betsaida; 2. La professione di fede di Pietro; 3. L’annuncio della passione e la conseguente reazione di Pietro, e di seguito le parole di Gesù. Il primo versetto del capitolo seguente fa da conclusione. Come vedete, i brani evangelici vanno sempre letti nel loro contesto per poterne apprezzare il messaggio e il valore. Un brano si comprende nel suo vero senso solo nel contesto in cui è collocato e mai solo in maniera isolata.


La guarigione del cieco

Il brano è la conclusione di una parte del Vangelo, chiamata dei “pani”, perché tutto si sviluppa attorno ai due racconti della moltiplicazione dei pani al capitolo sesto e ottavo. Gesù sfama la gente che lo segue, sfama tutti senza distinzione, a partire dal poco che i discepoli riescono a trovare. Tuttavia né i discepoli né la gente capiscono il senso di quel pane, come appare chiaramente dal breve episodio della traversata del lago di Galilea al capitolo ottavo (8,14-21). I discepoli sono sulla barca e si apprestano a traversare il lago, ma si accorgono di aver dimenticato di prendere i pani necessari: “Avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane”. Discutono, ma non capiscono. Discutono, ma non si accorgono che quel solo pane che hanno con sé è l’unico necessario, perché quel pane è Gesù. Egli è il “pane di vita eterna”, come dirà il Vangelo di Giovanni a seguito della discussione sorta dopo la moltiplicazione dei pani. Discutono, ma non capiscono, perché non ascoltano e non vedono: “Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate?”

   E’ la tentazione continua del mondo materialista. Affannarsi per il cibo, pur necessario e talvolta difficile da trovare soprattutto in questo tempo di crisi, dimenticando tuttavia che abbiamo sempre un pane che non perisce e che sazia, Gesù, la sua parola, la sua amicizia. Si discute, ci si lamenta, ci si arrabbia, ma sembra che Gesù non riesca ad entrare nella vita di ogni giorno, nei sentimenti, nei pensieri, nelle azioni, nelle scelte che facciamo. Lui c’è, ma è come se non ci fosse, perché la sua presenza non incide sulle nostre azioni. Lui c’è, ma non lo si vede e non lo si ascolta. Si rimane talvolta insoddisfatti, come con una fame mai sazia, perché sbagliata, fame di cose sbagliate. Sì, siamo anche noi ciechi! Siamo come quel cieco, che rappresenta proprio i discepoli. Non capiamo, perché non vediamo e non ascoltiamo, perché vediamo e ascoltiamo solo noi stessi. Oggi, davanti a Gesù, bisogna riscoprire l’umiltà di riconoscere la propria cecità e quindi di chiedere aiuto, di chiedere di essere guariti. Non c’è peggior cieco di chi crede di vedere né peggior sordo di chi è convinto di ascoltare. Lo spiega bene Gesù nel Vangelo di Giovanni nel racconto della guarigione del cieco nato, quando conclude la discussione con i farisei: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane” (Gv 9, 41). Si ascolta e si vede solo se si è umili, si può guarire solo se si è umili. 002-stemma-della-Diocesi-1

   Gesù mostra una grande pazienza e attenzione per quell’uomo. Lo conduce fuori dal villaggio, quasi a non volerlo umiliare davanti agli altri, ma insieme con cura prendendolo per mano, tocca con la saliva i suoi occhi imponendo le mani. La saliva conteneva l’alito di vita, come il sangue. In quel gesto Gesù comunica la forza della vita che viene da Dio. Così il gesto dell’imposizione delle mani, segno della potenza divina che emana da Gesù. Il cieco non vede tuttavia subito con chiarezza. Non si vede subito chiaro. Si è troppo abituati a vedere se stessi, gli altri e le cose allo stesso modo che neppure ce ne accorgiamo. Il cieco vede prima “la gente come alberi che camminano”. Talvolta si vedono gli altri senza distinguerli, in maniera confusa. Spesso li si giudica, qualche volta li si condanna. Facilmente il pregiudizio prevale nel guardare la gente e si finisce per pensare come tutti senza guardare nel profondo gli altri, che rimangono per lo più estranei e sconosciuti. Lasciamoci aprire gli occhi da Gesù, per poter vedere chiaramente. È lui, è la sua parola che apre gli occhi e ci permette una visione chiara di lui innanzitutto, di noi stessi, degli altri, e persino del mondo e degli eventi. “Lampada per i mie passi è la tua parola, luce sul mio cammino”, recita il Salmo (Salmo 119,105). La parola di Dio è luce, è visione. Racconta la Bibbia che al tempo di Samuele “la parola del Signore era rara…e le visioni non erano frequenti” (1 Samuele 3,2). Dio tuttavia non abbandonò il suo popolo e inviò un profeta, Samuele, perché cambiasse il corso della storia. E così avvenne. Vogliamo vedere chiaramente? Vogliamo capire gli uomini e gli avvenimenti nel profondo, senza lasciarci ingannare dall’istinto e dal pregiudizio o dalla mentalità comune? Facciamo della Bibbia la compagnia della nostra vita e delle nostre giornate. Leggiamola ogni giorno, meditiamola. Diventi l’alfabeto del nostro parlare e il pane della nostra vita. Sia la guida della nostra preghiera.

   Al termine del racconto del cieco Gesù in modo inaspettato impone a quell’uomo di non entrare nel villaggio. Non è la prima volta che il Signore non vuole che si divulghi l’esito delle sue guarigioni. Non vuole notorietà, ma anche non vuole essere frainteso. Anche ai discepoli dopo la professione di fede di Pietro imporrà “loro severamente di non parlare di lui a nessuno”. Come vedremo, Pietro e i suoi contemporanei si sarebbero aspettati infatti un Messia potente, che avrebbe finalmente posto fine all’occupazione dei Romani, scacciandoli dalla Palestina. Ben diversa sarà la sua forza e il suo potere. Quanto è diverso il Signore da noi! Il nostro protagonismo umilia lo Spirito e l’opera di Dio. La nostra ricerca di approvazioni, di consensi, di apprezzamenti, di complimenti, è ben lontana dalla spirito del Vangelo.
 

La professione di fede di Pietro

   Siamo giunti al punto centrale del nostro testo. “Gesù – leggiamo – partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo”. È sempre toccante questa immagine del Signore che cammina con i suoi discepoli. È il loro pane, è il nostro pane. Vive con noi, entra nella nostra vita, si avvicina alla nostra debolezza e fragilità per sostenerci, per aiutarci. Così è stata la sua vita terrena. Sempre con loro, sempre con gli altri. Solo unicamente per pregare.

   Gesù interroga i suoi discepoli. Prima vuole sapere cosa pensa la gente di lui. Dalle risposte dei discepoli sull’opinione della gente, si vede come si pensasse che Gesù fosse un profeta, un grande che operava prodigi. Forse talvolta anche oggi si pensa a Gesù come un grande, un uomo straordinario. E chi lo metterebbe in dubbio? Persino un non credente può essere ammirato da Gesù. Ma non basta essere ammirati da Gesù. Anzi, al Signore non interessa l’ammirazione. Vuole un rapporto personale con i discepoli e con noi. Per questo pone una domanda personale: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Vorrei innanzitutto sottolineare quel “voi”. Gesù dice “voi”, non “tu”. Si tratta di una domanda personale, ma a cui si risponde dentro una comunità. La fede sta diventando sempre più un fatto individuale, slegata dagli altri. Ciascuno crede a modo suo. C’è chi si fa un’idea sua di Dio o di Gesù e non accetta che altri la mettano in discussione. C’è chi dice di credere in Dio, ma non nella Chiesa. E così via. La fede cristiana non può mai essere solo un fatto individuale. Non si può credere nel Dio di Gesù Cristo al di fuori del “noi” della Chiesa e di una comunità. Per questo la fede va celebrata la domenica nella comunità ecclesiale che viene convocata dal Signore. Lì noi diciamo la nostra fede in un ascolto che diventa risposta, canto, preghiera di lode e di ringraziamento. Tuttavia l’affermazione diffusa “credo in Dio, ma non nella Chiesa”, ci deve interrogare sulla credibilità della nostra testimonianza. Siamo noi personalmente e le nostre comunità ancora credibili? Sappiamo mostrare il “noi” della fede della Chiesa e, come dice il Concilio proprio all’inizio della Lumen Gentium, siamo per il mondo “sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”? (LG n. 1). Perché gli altri vedendoci non sono sempre attratti dal nostro vivere fraterno?

   Perciò è bene porsi di nuovo la domanda: chi è Gesù per noi? Che cosa c’entra con la nostra vita, le nostre giornate, i pensieri, i sentimenti, le scelte che facciamo? Cosa c’entra con le nostre comunità? Dobbiamo chiedercelo e imparare a formulare una risposta. Bisogna imparare a dire la propria fede. Non basta infatti credere. Una fede non detta, non comunicata, si impoverisce. Bisogna imparare dai vangeli il linguaggio delle fede. L’Anno della Fede è un invito ad approfondire la nostra fede, ma anche ad imparare a comunicarla con più generosità e fiducia. Una comunità che non comunica la fede, che si chiude nei suoi problemi, che guarda solo al suo interno e non si accorge che la maggior parte della gente sta fuori, è destinata a sparire. Una Chiesa senza missione non resisterà nel tempo. Talvolta anche i cristiani sono come gli altri: ammirati da Gesù, ma troppo poco impegnati in un rapporto personale con lui e poco presi nella gioia di una fede che si comunica con la vita, l’esempio, le parole.

   “Tu sei il Cristo”, rispose Pietro. “Cristo” è la traduzione italiana di una parola greca, che a sua volta deriva dall’ebraico “Messia”, che significa “unto”. Nel Primo Testamento l’unzione con l’olio era destinata a uomini a cui Dio affidava un incarico pubblico, soprattutto i re. Davide e Salomone ad esempio vengono unti come re (1 Samuele 16; 1; 1 Re 1,34-39). In questo senso Pietro riconosce in Gesù l’inviato di Dio, il Messia, l’unto. I discepoli pensavano quindi a un re, con tutte le conseguenze di questa designazione, che essi condividevano con i loro contemporanei. Gesù perciò teme che venga male interpretata la sua missione e impone il silenzio: “Ordinò loro severamente di non parlare di lui a nessuno”.
 

004 assemblea-lectio-vescovoGesù spiega la sua missione ai discepoli

   Con la professione di fede di Pietro si conclude la prima parte del Vangelo di Marco, che ha come titolo: “Vangelo di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio”. Pietro ha riconosciuto che Gesù è il Cristo, ma è necessario capire come, in che senso egli è l’inviato di Dio. Il Signore sa bene che cosa stavano pensando i discepoli dopo l’affermazione di Pietro, che aveva detto una cosa vera, ma piena di contraddizioni e di attese improprie. Per spiegare in che senso egli è il Cristo, comincia a parlare della sofferenza e della morte che lo avrebbero toccato e della resurrezione. La reazione di Pietro è del tutto comprendibile, data l’idea che egli aveva del Messia: era inconcepibile che il Messia dovesse soffrire, essere rifiutato e persino ucciso. Pietro comincia a rimproverare Gesù, quasi con l’intento di distoglierlo da questo destino annunciato. Come può il Cristo subire quella fine? Della resurrezione non fa neppure parola. La reazione di Gesù è immediata e chiara. L’evangelista utilizza lo stesso verbo con cui Pietro si rivolge a Gesù: Gesù “rimproverò” Pietro mentre guardava i discepoli, che certamente condividevano l’affermazione dell’apostolo non avendo preso posizione contraria. L’indifferenza implica sempre condivisione. Non esiste equidistanza davanti al Vangelo e al Signore.

   Le parole del Signore a Pietro sono molto significative: “Và dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. “Vai dietro a me” sono parole che rimandano alla sequela. Il discepolo è chiamata a stare dietro a Gesù, mai davanti. Quando Gesù chiama i discepoli, l’invito è “Seguimi, vieni dietro a me”. Lo aveva detto a Simone e Andrea sul lago di Galilea (Marco 1,17), ma anche a Levi seduto al banco delle imposte (Marco 2,13-14). Nessuno può prendere il posto del Signore e mettersi davanti a lui. Nella vita cristiana si rimane discepoli per tutto il tempo, anche quando si riceve dalla Chiesa il mandato di insegnare, come può essere per il sacerdote o ad esempio per i catechisti. Nessuno può essere un buon maestro se non rimane discepolo, cioè se non si mette dietro Gesù, ascoltandolo e seguendolo. Il Vangelo di Giovanni descrive i primi discepoli che seguivano Gesù (1,37-40), e al termine del Vangelo il Signore si rivolge per ben due volte a Pietro indicandogli quale sarà il suo futuro da vecchio dicendogli che deve continuare a seguirlo: “Seguimi” (21,19.22). Tutto il Vangelo si racchiude per quanto riguarda il discepolo in un solo invito, che vale per la prima volta e poi per tutta la vita: “Seguimi”. Nell’esistenza del cristiano questo invito risuona ogni volta che ascoltiamo la parola di Dio e rivolgiamo il nostro volto e la nostra decisione verso di lui, per seguirlo. Talvolta si pensa alla vita cristiana come a una scuola, dove a un certo punto si finisce di imparare e si può diventare indipendenti, autosufficienti, maturi, persino maestri. Così la catechesi secondo molti termina quando finisce la preparazione e ognuno può essere libero di andarsene da solo. Al contrario, non c’è una fine per l’itinerario di fede, come non esiste vita cristiana senza mettersi ogni giorno dietro Gesù assieme ai fratelli, nella comunità. Chi si mette davanti al Signore, pensando di avere ragione e di aver già capito, rappresenta l’esatto opposto del discepolo. Non a caso Gesù dice a Pietro: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
 

Gesù spiega alla gente

   Gesù non fa mancare la sua parola alla gente che lo segue. Parla loro, spiega, invita, aiuta. La sua vita è in mezzo alla folla, da cui è seguito continuamente. Nello stesso tempo le sue parole sono semplici e concrete. Ora egli parla alla folla e ai discepoli, per sottolineare come le sue parole sono per tutti, non solo per alcuni. Le parole di Gesù riguardano la sequela, la decisione di “andare dietro” a lui. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Questa è la prima richiesta, quella iniziale, senza la quale non si può essere suoi discepoli. È una richiesta possibile per tutti, non solo per alcuni privilegiati, come ad esempio i sacerdoti, i consacrati e le consacrate. Chiunque vuole diventare discepolo del Signore deve fare questo primo passo, che consiste innanzitutto nel “rinnegare se stessi” e nel “prendere la croce”. Rinnegare se stessi significa un deciso rivolgimento, un’opposizione ai propri interessi vitali, una rinuncia al proprio io e orgoglio, per affidarsi a un altro, a Gesù. Siamo chiamati a prendere le distanze da noi stessi, dal nostro io, da quell’orgoglio che ci fa tutti maestri e poco discepoli. Prendere le distanze dalle nostre ragioni, dalle abitudini consolidate che ci dividono e ci rendono litigiosi, prendere le distanze persino dal proprio carattere per lasciarci cambiare dalla parola di Dio. E poi bisogna “prendere la croce”, cioè affidarsi totalmente a Dio anche nella sofferenza che questo può causare. Nella sua forma estrema cioè il rinnegamento di se stessi può condurre a dare la vita, come ha fatto il Signore. Gesù non chiede la sofferenza, ma la disposizione ad affrontare la fatica e le difficoltà dell’essere suoi discepoli.

   Perché vale la pena di accettare la fatica della separazione da se stessi? “Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. Ogni giorno ci affanniamo per noi stessi. Nei tempi difficili questo diventa ancor più normale. Sotto la croce i passanti prendevano in giro Gesù dicendogli: “Salva te stesso”. È il vangelo di questo mondo: salvare se stessi, mettersi al sicuro, pensare a sé, preoccuparsi di sé. Questo modo di vivere porta alla morte, perché separa da Dio, rende se stessi il centro del mondo, il proprio io un idolo da difendere e da onorare. Ciò crea tante divisioni, rende la vita propria e degli altri triste e amara. L’egoismo e l’individualismo sono la conseguenza di una vita tutta incentrata su se stessi. Brutta malattia di questo mondo. Ha ragione il Signore. Ci si perde dietro se stessi, invece di perdersi dietro a lui per salvarsi. Talvolta si buttano via rapporti, amicizie, anni di storia, per difendere se stessi, un capriccio, una convinzione, un ruolo, un bene. Ne vale la pena? Conviene? Ci si perde per affermare ostinatamente se stessi. Quanta saggezza nelle parole di Gesù, che sembrano dure e difficili, ma solo per chi ha troppa fiducia in se stesso e non sa affidarsi al Signore. E infine: salveremo la nostra vita dalla morte definitiva, perché solo nel Signore è la vita nella resurrezione, altrimenti ce ne andremo per sempre lontani da lui.

   “Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita?”. Ci si affanna spesso per molto meno del mondo intero. Non che non ci siano motivi per cui affannarsi o preoccuparsi, soprattutto in questo tempo di crisi e di maggiori difficoltà. Ma spesso l’affanno per noi stessi ci fa perdere la dimensione delle cose essenziali e del vivere con gli altri e davanti a Dio. E poi il guadagno. C’è una smania di guadagno e di possesso, un attaccamento al denaro e ai beni, che non produce nulla di buono. Talvolta si ostenta la ricchezza per affermarsi sugli altri, per attirare la loro attenzione. Ricordiamo le parole di Gesù sul pericolo e sull’inganno della ricchezza, dopo che il giovane ricco se ne era andato triste perchè aveva molti beni e non voleva separarsene: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. Quel giovane, quell’uomo qualsiasi per l’evangelista Matteo, in realtà se ne va triste, perché l’egoismo e l’incapacità a dare producono solo tristezza.

   005 sorriso-del-VescovoQuante occasioni avremmo per “perdere la nostra vita” imparando a donarla, vivendo la gratuità dell’amore cristiano che non è mai solo reciprocità. La gioia viene proprio da questa scelta, come afferma Gesù stesso: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”, o nella nuova traduzione: “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35). Si potrebbe chiamare la decima beatitudine, quella del dare con gratuità. La gioia viene infatti dal dare. Ognuno di noi lo ha esperimentato nella sua vita. Quando ha saputo dare gratuitamente, è stato contento. Quando ha voluto tenere per sé e guadagnare per sé, se n’è andato triste. Chi tra di voi visita gli anziani o i malati, sostiene una persona in difficoltà, partecipa a una raccolta alimentare per le persone bisognose o le distribuisce, conosce più di altri la gioia che viene dal dono gratuito e si trova libero dall’amore ossessivo per se stessi. Dobbiamo essere più disponibili e pronti a perdere un po’ della nostra vita e del nostro tempo per i poveri e i bisognosi. In verità questo tempo è tutto guadagno, perché “chi perde la propria vita per il Signore e per il Vangelo, la trova”. E, come ci ha detto Gesù, noi lo incontriamo proprio nel povero: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi… Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25,35-40). La carità, l’amore per i poveri, è parte essenziale della vita di fede, non è un’aggiunta di cui si occupano la caritas e i volontari. Per questo ho inserito la dimensione della carità come aspetto essenziale dell’itinerario di Iniziazione Cristiana e di Catechesi degli adulti, perché i poveri sono parte viva di ogni comunità cristiana. Il Beato Giovanni XXIII nel radiomessaggio a un mese dall’inizio del Concilio Vaticano II parlò della Chiesa come “Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri”.

   L’insegnamento di Gesù si conclude con un avvertimento: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi.” Capita anche a noi di vergognarci delle parole di Gesù in un mondo in cui la vita non è certo conforme al Vangelo. Il nostro vergognarci avviene nella vita, nei pensieri, nei comportamenti. Non che mettiamo in discussione il Vangelo, ma accettiamo che si possa anche non mettere in pratica. Si cede alla mentalità corrente sia nei discorsi che nei comportamenti. Il conformismo è un modo comune di vivere anche dei cristiani. Poca ribellione all’ingiustizia, poco contrasto della violenza verbale e alla prepotenza, accondiscendenza a sentimenti e atteggiamenti di rabbia, di litigio, di pettegolezzo, di giudizio e di disprezzo degli altri, accettazione dell’individualismo come un fatto naturale, della divisione come inevitabile, poco amore per il prossimo, soprattutto per i poveri. La “vergogna” consiste qui infatti nella mancanza di coraggio nel difendere il Vangelo e il modo di vivere indicato da Gesù. Si tratta di un atteggiamento rinunciatario, appunto conformista. Sarebbe a dire: meglio non immischiarsi, lasciar correre. Perché difendere sempre le ragioni del Vangelo? Purtroppo questo atteggiamento terreno allontana dalla vita eterna, perché assimila il cristiano a un mondo in contrasto con il Signore e quindi fa perdere la vita. Questo avvertimento non avviene per intimorirci, ma per metterci in guardia dall’indifferenza, la scelta di chi non vuole prendere posizione e lascia andare le cose come sono. Guai all’indifferenza, così comune nella nostra società. Forse anche noi siamo complici dell’indifferenza, quando il nostro essere cristiani non ci induce alla parola e alla testimonianza. Per questo dobbiamo sempre e di nuovo metterci dietro a Gesù, seguendolo ed ascoltandolo.
 

Conclusione: 9,1

   Questo versetto conclude le parole di Gesù e allo stesso tempo ci prepara al racconto seguente: la trasfigurazione del Signore sul monte Tabor. Ci viene data la visione del vivere del discepolo, il punto di arrivo e nello stesso tempo il centro della sua vita, a cui tutto giunge a da cui tutto parte. “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza.” Sempre, quando un discorso inizia con “in verità vi dico”, significa che siamo di fronte a un’affermazione decisiva. Gli esegeti hanno discusso molto su questo versetto. Certamente la prospettiva riguarda un’attesa della realizzazione del regno che forse la comunità primitiva attendeva già nel suo tempo. Ma è possibile un’altra lettura proprio tenendo presente quanto segue.

   Fin da oggi è possibile anche per noi, come per i credenti di tutti i tempi, vedere il regno di Dio venire con potenza. La Trasfigurazione infatti ne è un’anticipazione. Gesù si trasfigura ed appare nel suo splendore e nella sua bellezza. I discepoli gioiscono alla presenza così bella e straordinaria del Signore trasfigurato. Cari fratelli e care sorelle, il nostro Tabor è la Celebrazione Eucaristica del Giorno del Signore, la Domenica. Il Signore scende in mezzo a noi, la bellezza e la forza della sua presenza si rivelano nella parola che ascoltiamo e nell’Eucaristia di cui ci nutriamo. La parola di Dio si fa carne, cibo e bevanda di salvezza. Lui è il pane di vita eterna. Tutto lì giunge e tutto da lì prende avvio. Ricentriamo la nostra vita e quella delle nostre comunità sul Dies Dominicus e anche la nostra vita potrà essere trasfigurata dalla presenza di Dio. In questo giorno noi ascoltiamo ogni volta l’invito affettuoso di Gesù: “Seguimi”. Ognuno, assieme ai fratelli e alle sorelle delle nostre comunità, riprende a seguirlo cominciando a vedere con più chiarezza se stesso, gli altri, il mondo. Sì, Signore, davvero tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.

firmaspreafico-mini




segue l'audio in mp3



segue video della Lectio divina


qui, nella sezione massmedia, il download dell'audio e del video
http://massmedia.diocesifrosinone.com/video-vescovo/video-vescovo/lectio-divina-di-s-ecc-za-mons-ambrogio-spreafico-apertura-xi-convegno-diocesano-20-21-ottobre-2012.html