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Carissimi,

                        nella terza parte della mia Lettera pastorale La Domenica, tempo di Dio nel tempo dell’uomo, ho chiesto a tutti di riflettere su alcune dimensioni dell’esperienza e della vita pastorale della nostra Diocesi. Da tale riflessione sarebbe scaturito l’impegno nel corso degli anni successivi ad elaborare progetti e determinare decisioni per tutte le comunità della nostra Chiesa diocesana di Frosinone-Veroli-Ferentino.

All’inizio del nuovo anno pastorale desidero esaminare più approfonditamente alcuni tra i diversi temi da me indicati nella Lettera pastorale ed iniziare così un percorso che ci veda tutti impegnati a rinnovare il volto della nostra comunità diocesana affinché rifletta meglio la luce che gli viene dal suo Sposo e Signore. Questo vorrei fare a partire dal grande tema dell’Iniziazione Cristiana. L’Anno della Fede, voluto da Papa Benedetto, diviene un richiamo forte a ripensare anche tutto ciò che riguarda la comunicazione della fede alle nuove generazioni.

Negli anni scorsi l’Ufficio Catechistico diocesano ha condotto un itinerario di formazione per i catechisti dell’Iniziazione Cristiana, basato sulle Note pastorali del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana (Orientamenti per il catecumenato degli adulti (30.3.1997); Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi [dai 7 ai 14 anni] (23.5.1999); Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta (8.6.2003) e, per la proposta catecumenale ai ragazzi e famiglie, avendo come riferimento i due progetti sperimentali a livello nazionale Emmaus e La via e il testo Lo racconterete ai vostri figli per la catechesi familiare. Questa riflessione sta per essere ripresa dai vescovi italiani a partire dagli Orientamenti Pastorali per il decennio della Chiesa italiana Educare alla vita buona del Vangelo. Dalla riflessione condotta negli anni passati sono scaturiti alcuni principi da cui prende avvio questa mia riflessione.


Si viene generati alla fede dalla Grazia nella Comunità

Lo scarto tra la domanda di amore dei nostri ragazzi e la fiacchezza della nostra risposta chiede a tutti noi, e con urgenza, di ripensare il modo di fare il “catechismo”. Non che quanto fatto nel passato sia stato sbagliato. Assolutamente, no. Tuttavia non possiamo misconoscere la sproporzione tra il grande impegno che poniamo nella “catechesi” e gli scarsi risultati che otteniamo. Non che questi si possano misurare con un metro quantitativo. È indubbia però l’urgenza di interrogarsi su nuove vie da percorrere per permettere ai ragazzi di fare esperienze significative che li coinvolgano con continuità. Non è certo favorevole alla continuità della vita di fede pensare il “catechismo” esclusivamente come preparazione ai Sacramenti. In tal caso, infatti, i ragazzi sono portati a credere che raggiunto lo scopo, ossia la celebrazione dei Sacramenti, è terminato l’impegno.

La nostra riflessione deve innanzitutto partire da una presa di coscienza dei cambiamenti epocali che stanno avvenendo nella nostra società, che coinvolgono tra i primi proprio i ragazzi fin da piccoli. Il rapidissimo cambiamento sociale e culturale ci fa sperimentare spesso un senso di disorientamento che non riguarda soltanto la comunità ecclesiale ma tutte le realtà educative, come la famiglia e la scuola. Spesso le nostre abitudini ci fanno pensare ad un mondo immutabile quando invece il cambiamento è a volte più veloce della nostra stessa immaginazione. Basterebbe soltanto pensare ad alcune questioni della vita quotidiana per renderci conto di quanta riflessione e, probabilmente, quante modifiche la nostra prassi pastorale richieda:

            - i nativi digitali, bambini e ragazzi che passano gran parte del loro tempo su dimensioni virtuali. Questo provoca una crescente solitudine e un altrettanto pericoloso individualismo, di cui è permeata la nostra società. È possibile far loro la proposta cristiana prescindendo da questa loro condizione che secondo molti studiosi ne modifica la struttura antropologica?

            - i figli di genitori separati o divorziati e magari inseriti in nuove famiglie allargate e che si ritrovano ad avere una pluralità di rapporti genitoriali;

            - la sempre più complessa acquisizione dell’identità di genere, con la progressiva scomparsa, a livello della cultura dominante, della semplice differenziazione maschio/femmina e con il conseguente allontanamento dall’idea biblica della sessualità e dal valore della famiglia e del matrimonio come unione indissolubile tra uomo e donna.

L’elencazione potrebbe continuare. Siamo tutti consapevoli che quello che oggi facciamo, pur con tanta buona volontà, non sia più sufficiente. Da questa breve disanima infatti emerge più evidente la consapevolezza dei limiti della impostazione della catechesi esclusivamente strumentale negli scopi ed esclusivamente “scolastica” nelle forme. È necessario intraprendere una nuova prospettiva, quella della “Iniziazione Cristiana”. Questa è in realtà la via tradizionale della Chiesa. Cosa vuol dire? Attraverso la celebrazione dei tre sacramenti della “Iniziazione Cristiana” si diventa membra del Corpo di Cristo che è la Chiesa. La “catechesi”, allora, senza perdere il suo aspetto di insegnamento delle verità della fede, deve aiutare i ragazzi ad “entrare nella comunità”. Essa è la famiglia di Dio, «alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità»(Lumen gentium, Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, n. 48). È nella realtà storica della comunità cristiana che tutti possono consapevolmente incontrare Gesù e crescere nella sua conoscenza e nel suo amore.

Si può quindi comprendere che non possiamo fermarci a realizzare qualche aggiornamento organizzativo. La questione cruciale è “inserire” (far partecipare) i piccoli e i ragazzi nella vita stessa della comunità, ed insieme riportare questa più vicina alla sua fonte: l’Eucaristia. Essi debbono essere iniziati a fare esperienze coinvolgenti di preghiera, di amicizia, di carità e di attenzione ai poveri: su questa strada incontreranno Gesù. E le tappe che scandiscono tale inserimento nella “famiglia di Dio” sono quelle dei tre Sacramenti: il Battesimo, L’Eucaristia, la Cresima. È per questo che sono chiamati sacramenti della “Iniziazione Cristiana”. Il termine “iniziazione” significa appunto “entrare dentro” la Comunità dei discepoli di Gesù. Il Battesimo è il momento di ingresso in questa famiglia, l’Eucaristia fa vivere in maniera piena quanto essi già esperimentano fin da piccoli nella Messa della Domenica, la Cresima conferma quanto è avvenuto nel Battesimo e nell’Eucaristia e porta il credente a partecipare in maniera più consapevole e matura alla vita della Comunità cristiana.

I tre Sacramenti pertanto formano un’unità anche se vengono celebrati in tempi diversi. E la loro celebrazione è tesa a rendere i discepoli membra del Corpo di Cristo, che è la Chiesa. L’iniziazione cristiana, pertanto, non si pone sul piano di un nuovo metodo da mettere in atto o di una nuova tecnica da apprendere e da applicare, bensì vuole coinvolgere i ragazzi nella vita della comunità con l’accoglienza del dono della fede, aiutandoli a farla crescere attraverso l’esperienza di una vita di fraternità e di amicizia vera e concreta. Potremmo dire che non c’è da inventarsi nulla. Semmai dobbiamo prendere maggiore coscienza di come la Chiesa da sempre ha generato e educato i suoi figli alla fede. L’iniziazione cristiana infatti «mette in luce la forza formatrice dei sacramenti per la vita cristiana, realizza l’unità e l’integrazione fra annuncio, celebrazione e carità e favorisce alleanze educative» (Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti pastorali della CEI per il decennio 2010-2020, n. 54).

Giova ricordare quanto diceva Tertulliano, un antico pensatore cristiano: “Cristiani non si nasce, si diventa”. È un’affermazione che oggi acquista un valore ancora più urgente, visto che molti, troppi, pensano che cristiani si nasce. Si deve ribadire con forza che non si è naturalmente cristiani, ossia non si è cristiani perché si nasce in un paese di tradizione cristiana. È sempre più evidente, in verità, che non basta nascere in un paese come l’Italia per essere cristiani. Si diventa cristiani quando si nasce all’interno della Chiesa, che è la “famiglia di Dio”. Come c’è bisogno di una famiglia per venire alla esistenza, così c’è bisogno della “famiglia di Dio” (la Chiesa) per venire alla fede. Come nessuno si dà la vita da sé stesso, così nessuno può auto-battezzarsi. C’è bisogno della comunità dei credenti (la Chiesa) per essere generati alla fede. Il Catechismo della Chiesa Cattolica scrive: «Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l’esistenza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 16). Gli antichi Padri, consapevoli di questo, affermavano: “Non si può avere Dio per Padre se non si ha la Chiesa per Madre”, e così il Vaticano II insegna che «la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n. 1).

 
Il Battesimo è un dono prima che una scelta

È bene sottolineare che il Battesimo è un dono prima che una scelta. È anzi il primo dono che Dio fa, dopo quello della vita, in Gesù Redentore. Il Battesimo è il sacramento che ci fa entrare nel Popolo di Dio immergendoci nel mistero della morte e risurrezione del Signore. È importante comprendere che è un dono di Dio: accogliendo il Battesimo veniamo salvati dal peccato e dalla morte. È vero che all’origine veniva amministrato solo agli adulti. In seguito, tuttavia, è prevalsa però l’usanza di battezzare i bambini. E c’è una bella ragione nel continuare tale tradizione: il Battesimo dato ai bambini mostra chiaramente che è anzitutto un dono perché precede la scelta da parte del bambino, il quale ancora né comprende né risponde. Certo, si richiede che i genitori e i padrini comprendano e rispondano a nome del bambino. In ogni caso, adulti o bambini appena nati, il Battesimo non dipende anzitutto da noi: è una grazia che Dio concede. Egli ci accoglie nella Sua famiglia. Certo, si richiede anche la nostra scelta. Ma prima vi è la chiamata. Per questo non è certo possibile auto-battezzarsi. Il Battesimo lo si riceve sempre da un altro. Ebbene, è importante ribadire che il battesimo dato ai bambini mostra bene che si tratta di una grazia, di un dono, che viene dato da Dio. Il Signore ci sceglie prima che noi scegliamo Lui; ci ama gratuitamente e non per i nostri meriti o le nostre opere, sì da potercene gloriare. La famiglia di Dio non è meritocratica, non segue le leggi di questo mondo ove si vale per le opere che si fanno, per quel che si produce, per quello che si realizza. Dobbiamo tornare al nostro Battesimo, ricordare questo primo passo della nostra vita, e ringraziare il Signore di averci amati e accolti.

Se il Battesimo è un dono, è ovvio che il primo nostro sentimento è quello dell’accoglienza, dire il nostro “sì” a Dio. Da questo “si” scaturisce l’impegno a vivere secondo il dono ricevuto. In questo orizzonte di una risposta sempre più piena si inserisce la grande opera di insegnamento e di catechesi della Comunità Cristiana per i suoi figli.


Nella storia degli uomini la comunità ecclesiale è il sacramento della salvezza

Ovviamente l’ingresso nella comunità cristiana, avvenuto con il Battesimo, richiede l’accompagnamento perché il battezzato cresca nella conoscenza e si rafforzi nella testimonianza. Dobbiamo aiutare i bambini e i ragazzi a sperimentare subito la bellezza della vita fraterna, la forza della preghiera, il gusto dell’ascolto della Parola di Dio che spinge a cambiare il proprio cuore e a far crescere l’amore nel mondo. Tutto ciò, pur scaturendo dal dono che viene fatto, risponde al bisogno di amicizia che i nostri ragazzi hanno nel profondo del loro cuore. Non è un caso che il Signore – come afferma chiaramente il Concilio Vaticano II – abbia scelto di salvare gli uomini non individualmente ma radunandoli in un popolo, in una comunità.

È in questo orizzonte che si deve riconsiderare anche il rinnovamento della catechesi. C’è un “prima” della catechesi – che è appunto l’impegno a far crescere l’amore per il Signore e per i fratelli nella Comunità parrocchiale – che è parte integrante, anzi fondamentale (inteso come fondamento), della stessa catechesi. La prima catechesi è una comunità cristiana che vive di amore e di preghiera. Ad essa deve partecipare da subito la famiglia con i battezzati e con i bambini. L’iniziazione cristiana vuole dire far entrare i nostri ragazzi in questa comunità ove essi crescono nell’amicizia con Gesù e con i fratelli, irrobustendo i rapporti di fraternità e di solidarietà, allargando l’orizzonte del cuore e della mente. Se manca l’impegno pastorale generale a fare di coloro che vengono a Messa la domenica una autentica comunità cristiana è ovvio che la catechesi viene indebolita in radice. Insomma, è come se non ci fosse la casa in cui accogliere colui che viene. Aiutare a far crescere la vita cristiana delle nostre comunità parrocchiali, pertanto, è la condizione senza la quale ogni iniziazione cristiana è destinata al fallimento. In tal senso, la prima domanda da farsi mentre ci accingiamo a rinnovare il cammino della catechesi è semplice e ardua nello stesso tempo: come far crescere la vita cristiana nelle nostre comunità ove facciamo entrare i nostri ragazzi?

 
L’Eucaristia della Domenica edifica la Comunità ecclesiale

Le nostre comunità cristiane vengono riplasmate dall’Eucaristia ogni volta che la celebrano. In ogni Eucaristia domenicale c’è Gesù che ci raduna. Il Vaticano II ha una bellissima descrizione della Eucaristia e della Chiesa: «In ogni comunità che partecipa all’altare, sotto la sacra presidenza del vescovo, viene offerto il simbolo di quella carità e “unità del Corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza”. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Infatti “la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo altro non fa, se non mutarci in ciò che assumiamo”» (Lumen gentium, n. 26).

L’iniziazione cristiana è tutta tesa a rendere partecipi della Eucaristia coloro che hanno ricevuto il Battesimo e la Cresima. Partendo dal Battesimo la Chiesa, come una madre buona e premurosa, ci accompagna via via fino a condurci alla Liturgia Eucaristica che manifesta il Cristo tutt’intero. L’Eucaristia della Domenica rimane il momento più alto della vita cristiana, come ho ribadito nella Lettera Pastorale: lì diventiamo Corpo di Cristo. Essa è il centro della vita di ogni Comunità e quindi deve esserlo anche per coloro che si preparano o hanno ricevuto i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, a partire dal Battesimo. Giovanni Paolo II, nella Esortazione Apostolica Dies Domini, afferma che tra le numerose attività della parrocchia «nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua Eucaristia» (Dies Domini, Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II sulla santificazione della Domenica, n. 35).

L’Eucaristia, soprattutto quella celebrata nel Giorno del Signore, va riconosciuta e compresa come il momento “costitutivo” della comunità cristiana e come la fonte dell’intera sua vita, sia all’interno della comunità che nella sua azione missionaria verso la città e il mondo. «Questa radicale novità che l’Eucaristia introduce nella vita dell’uomo si è rivelata alla coscienza cristiana fin dall’inizio. I fedeli hanno subito percepito il profondo influsso che la Celebrazione eucaristica esercitava sullo stile della loro vita. Sant’Ignazio di Antiochia esprimeva questa verità qualificando i cristiani come “coloro che sono giunti alla nuova speranza”, e li presentava come coloro che vivono “secondo la domenica”. Questa formula del grande martire antiocheno mette chiaramente in luce il nesso tra la realtà eucaristica e l’esistenza cristiana nella sua quotidianità» (Sacramentum caritatis, Esortazione Apostolica di Benedetto XVI sull’Eucaristia, n. 72).


 
L’ORIZZONTE DELL’INIZIAZIONE CRISTIANA

Non più il catechismo come a scuola…

La catechesi ancora oggi, pur con i tanti benefici che ha prodotto, appare più vicina al metodo scolastico che a quello della partecipazione alla vita della Comunità ecclesiale. Intendiamoci, anche il catechismo richiede un’attitudine educativa e conoscitiva sulla falsariga di quella scolastica. Come diceva Paolo VI, «l’intelligenza, soprattutto quella dei fanciulli e degli adolescenti, ha bisogno di apprendere, mediante un insegnamento religioso sistematico, i dati fondamentali, il contenuto vivo della verità che Dio ha voluto trasmetterci e che la Chiesa ha cercato di esprimere in maniera sempre più ricca nel corso della sua lunga storia» (Evangelii nuntiandi, Esortazione Apostolica di Paolo VI sull’impegno di annunziare il Vangelo, n. 4). Il problema che abbiamo di fronte è tuttavia far comprendere che l’iniziazione cristiana – e al suo interno la Catechesi - ha un fine molto più ampio di quello dell’apprendimento dei contenuti della fede.


Numerosi sono stati i tentativi di rinnovamento della catechesi in questi ultimi decenni. Anche nella nostra Diocesi per diversi anni si è lavorato per proporre un itinerario per l’Iniziazione Cristiana, a cui dovremo rifarci per la ricchezza della sua proposta. Dobbiamo rallegrarci per i frutti che sono stati conseguiti (un’idea di catechesi più ricca, dei metodi di trasmissione della fede più curati a livello pedagogico, l’identificazione di obiettivi e di contenuti più legati all’esperienza cristiana, un cammino capace di utilizzare linguaggi più narrativi ed esistenziali). Tuttavia, non è stata modificata nella sua impostazione di fondo una deriva scolastica.
 

…ma inserimento in una Comunità fraterna e buona

La catechesi all’interno della Iniziazione Cristiana si iscrive in un nuovo orizzonte, quello di inserire i ragazzi nella vita della comunità cristiana, nella sua vita di preghiera, di crescita nella fede, di esperienza nell’amore fraterno, di comprensione del mistero di Dio, di educazione alla scuola del Vangelo, di amore per i poveri. L’Iniziazione Cristiana è pertanto il processo nel quale siamo resi cristiani. Si comprende bene perciò che non si tratta di fare un semplice aggiustamento tecnico o di metodo, ma di riprendere una prospettiva che è antica e che comunque dobbiamo rivivere oggi nel nostro tempo. La catechesi va svolta non più come nella scuola, ma come in una “famiglia”. Non si tratta semplicemente di trasmettere delle verità di fede ai nostri ragazzi – ovviamente indispensabili - ma di renderli partecipi della vita cristiana facendone essi stessi esperienza diretta.

Il ragazzo, rinchiuso solamente nell’appuntamento settimanale del catechismo, senza neppure vedere la comunità della quale deve far parte, non riesce né a capire né a vivere quel che ascolta. È indispensabile perciò cambiare prospettiva. Si tratta di far entrare i ragazzi in una esperienza di effettiva fraternità, di vera amicizia; insomma, di rendere vera la vita di gruppo, quindi piacevole. Va raccolta la loro domanda di amicizia, spesso disattesa persino in famiglia, e raramente realizzata fuori. I ragazzi debbono vivere – e quindi capire – che la fede è anzitutto amicizia con Gesù, è fraternità con tutti, è ascolto del Vangelo, è conoscenza delle verità della fede, e ovviamente anche rinuncia ad una vita banale o peggio violenta. Tutto ciò deve essere importante a partire dagli anni della fanciullezza. Dopo aver ricevuto la Cresima, quindi durante gli anni dell’adolescenza, non debbono terminare gli incontri. Semmai debbono assumere i tratti dell’incontro tra loro e dell’impegno per cambiare la società nella quale vivono. Vanno aiutati a vivere e quindi a capire che la vita di fede è una vita di comunità, di fraternità, di amicizia, di impegno per gli altri, soprattutto per i poveri e i bisognosi.
 
Va recuperata decisamente la centralità della figura di Gesù in tutti i suoi contenuti. E infatti sulla base dell’incontro con Gesù che è possibile tracciare le prospettive della vita. Non dobbiamo stancarci di presentare ai ragazzi la figura di Gesù come l’amico vero, onesto, fedele, buono, giusto, appassionato… come vero Uomo e vero Dio. A ragione i vescovi italiani scrivono: «Non si può dare per scontato che si sappia chi è Gesù Cristo, che si conosca il Vangelo, che si abbia qualche esperienza di Chiesa. Vale per i fanciulli, ragazzi, giovani e adulti; vale per la nostra gente e per tanti immigrati, provenienti da altre culture e religioni» (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, Nota pastorale della CEI, n. 6). C’è poi il vasto campo dell’impegno per il cambiamento della società, per una nuova socialità, non generica ma sullo stile evangelico. Oggi i nostri ragazzi sono spinti (anche dalla stessa famiglia) a rinchiudersi, a pensare solo ai propri comodi, a sfuggire ogni sacrificio per gli altri, a pretendere, ma poco a dare. Purtroppo tale ripiegamento sembra prendere i tratti di un’accondiscendenza all’individualismo e alla solitudine. È davvero drammatico che già nell’adolescenza si insinui il demone della solitudine. Nascono continue comunità virtuali, dove spesso si finisce per sparlare e criticare invece di costruire, ma si sviluppano tanto poche comunità reali. È urgente intervenire. Negli anni dopo la Cresima dobbiamo aiutarli a vivere come Gesù, non pensando solo a se stessi ma agli altri. È il senso stesso dell’Eucaristia, ossia di Gesù che “si spezza” per gli altri e che “versa” il suo sangue per gli altri, che si dona a noi. Sono importanti in questo senso le esperienze di servizio ai poveri, ai deboli, a chi ha comunque bisogno, perché fanno comprendere il senso dell’intera vita.

 
La Comunità è responsabile dell’iniziazione cristiana dei ragazzi

In tale prospettiva è chiaro che tutta la comunità ecclesiale è responsabile della Iniziazione Cristiana dei ragazzi. Il “grembo” che genera alla fede i nostri ragazzi è la comunità cristiana, in particolare la comunità che si raduna nel Giorno del Signore per vivere la vittoria della vita sulla morte. Tutti i membri di questa comunità, non solo il parroco o i catechisti, non solo la famiglia o gli adulti, tutti, sebbene in maniera diversa, debbono preoccuparsi della nascita alla fede dei fanciulli, della loro crescita, magari anche solo pregando e dando l’esempio di una vita buona. In effetti, si prega troppo poco per i nostri ragazzi e ancor meno ci si comporta cercando di dare loro un buon esempio. Quante volte dobbiamo ripeterci che il problema giovanile in realtà è il problema di noi adulti?

È bene sottolineare l’importanza della parrocchia per la piena comprensione di questo nostro sforzo di rinnovamento della catechesi a partire dal ruolo della comunità. Proprio perché l’Eucaristia e la Comunità che da essa scaturisce costituiscono il cuore e il motore dell’azione di catechesi, la parrocchia ne è per così dire il contenitore pastorale privilegiato. La parrocchia, legata ad un territorio, è chiamata a garantire a tutti la possibilità di fare – nella fede – l’esperienza della comunità. La parrocchia, potremmo dire, è una garanzia pastorale concreta del carattere aperto e inclusivo dello sforzo di rinnovamento della catechesi che vogliamo avviare. Una parrocchia che sappia crescere come una famiglia nell’orizzonte di una Chiesa più ampia che è quella diocesana anzitutto e poi universale.


Da dove partire? Dalla Eucaristia della Domenica

Da dove, dunque, partire? Da dove muovere i primi passi? Ancora una volta, dalla Eucaristia della Domenica. Sì, l’Eucaristia della Domenica resta lo snodo essenziale della Iniziazione Cristiana nella Diocesi. Nella Domenica dovrebbe apparire la bellezza di una “Famiglia” che si riunisce per pregare, per vivere nella gioia e per aiutare chi è nel bisogno. Questo mi porta a dire che, al limite, si può mancare all’incontro settimanale della catechesi, ma non a quello della Domenica. Questo è vero per i ragazzi ma anche per i catechisti: come può un catechista iniziare alla vita della Comunità se manca al momento centrale della vita della Comunità? Come un bambino appena nato viene portato sul grembo della madre, così i nostri piccoli dobbiamo portarli nel grembo della Comunità della Domenica. Sì, la prima esperienza che i nostri ragazzi debbono avere è quella della Comunità che si raduna la Domenica. Tra l’altro è forse l’unico momento, anche per la società civile, ove si vedono con continuità radunarsi assieme giovani ed anziani, adulti e bambini, sani e malati, gente del luogo e stranieri… È il segno della società nuova che nasce dal Vangelo e che ha i segni della società umana.

Ebbene, i piccoli, “vedendo” i credenti che si radunano attorno al Signore, apprendono con i cinque sensi che la fede non è astrazione, ma un popolo che si raduna. Certo, non possono capire tutto, ma via via che crescono, prima intuiscono e poi comprendono meglio che c’è una Comunità e che il suo centro è Gesù; è Lui infatti che raduna, non altri. Nella Domenica i nostri ragazzi, come dalle mammelle di una madre, bevono il latte buono della “comunione” e capiscono che la fede è raccogliersi attorno a Gesù, è nutrirsi dell’unico pane e dell’unico calice, è amarsi gli uni gli altri, è preoccuparsi dei più poveri, è impegnarsi per un mondo più umano per tutti.
 

Catechisti, famiglia e realtà ecclesiali

Se è vero che tutta la Comunità è responsabile della iniziazione cristiana dei ragazzi, ad alcuni viene affidato in modo peculiare il compito di aiutarli a nascere e a crescere nella fede. È anzitutto ai sacerdoti che viene chiesto di riscoprire il loro compito di essere “pastori” della Comunità e quindi impegnarsi ogni giorno a farla crescere nell’ascolto della Parola di Dio, nella partecipazione all’Eucaristia, nella comunione fraterna e nella carità verso i poveri. Per questo sono “padri” dei piccoli e dei grandi. Non c’è dubbio che i sacerdoti debbono rafforzare la dimensione “catechistica” insita nel sacerdozio ministeriale per poterla trasmettere e vivere assieme all’intera comunità a partire dai catechisti. Infatti come educatori del popolo di Dio i presbiteri «nel trattare gli uomini devono regolarsi non in base ai loro gusti, bensì alle esigenze della dottrina e della vita cristiana, istruendoli e anche ammonendoli come figli carissimi» (Presbyterorum ordinis, Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri del Concilio Vaticano II, n. 6).

Ai catechisti ovviamente spetta un compito particolare. Essi, come membri della Comunità cristiana, sono chiamati a comunicare il Vangelo a tutti. Ma come catechisti svolgono un ministero di fatto, che li impegna ad aiutare i piccoli a crescere nella fede e nell’amore con gli altri membri della comunità. Tale “ministero” non nasce da una scelta personale e autonoma, e neppure può essere affidato per caso (i sacerdoti sono chiamati a discernere colui o colei a cui affidare questo compito). Ed è la Comunità stessa che invia a svolgere tale compito. Per sottolineare questo servizio prezioso alla Comunità, i catechisti riceveranno il mandato del vescovo in un’apposita celebrazione. «L’esperienza catechistica moderna conferma ancora una volta che prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi prima ancora sono le comunità ecclesiali. Infatti come non è concepibile una comunità cristiana senza una buona catechesi, così non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità» (Il rinnovamento della catechesi, Documento della CEI sulla catechesi, n. 200). Per questo, non solo si richiede che i catechisti partecipino alla Eucaristia assieme ai ragazzi affidati alle loro cure, ma spingano l’intera comunità parrocchiale a “guardare” i ragazzi e ad amarli. Spetta anche a loro risvegliare l’attenzione della comunità verso i piccoli che sono nel suo grembo.

È ovvio che si richiede, anche per la complessità delle situazioni che i ragazzi oggi vivono, una formazione adeguata sia dal punto di vista dottrinale che pedagogico. Invitati dalla Chiesa italiana ad «un esame attento dei cammini di formazione dei catechisti» (cfr. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 53) desidero innanzitutto ricordare che - per la formazione teologica - nella nostra Diocesi è offerta a loro, così come agli altri operatori pastorali, la possibilità di frequentare la Scuola di Teologia. Il piano formativo della Scuola ritengo consenta un’adeguata preparazione iniziale (per di più l’impostazione dell’area teologica è in piena sintonia con quanto il Santo Padre Benedetto XVI ha proposto nella Lettera Apostolica Porta fidei). La formazione di un catechista, in ogni caso, non potrà limitarsi alla conoscenza dei contenuti della Fede della Chiesa, ma dovrà estendersi anche ad altri ambiti (spirituale, pedagogico, sociologico …). L’obiettivo è contare «su educatori e operatori pastorali qualificati per un’educazione attenta alle persone, rispondente alle domande poste alla fede dalla cultura e in grado di rendere ragione della speranza in Cristo nei diversi ambienti di vita» (cfr. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 54). Chiedo, quindi, all’Ufficio Catechistico, in collaborazione con la Scuola di Teologia, di elaborare percorsi adeguati per una formazione integrale dei catechisti. Nel frattempo, a proposito della formazione teologica, esorto i parroci:

            - a compiere un accurato discernimento circa la formazione teologica di base dei catechisti delle loro rispettive comunità;

            - già da quest’anno a orientare coloro che necessitassero di una tale formazione ad avvalersi della Scuola di Teologia. La Scuola e i Vicari Foranei studino insieme il modo affinché in ogni Vicaria, nel limite del possibile, siano offerti percorsi formativi.

Tuttavia il modo di stare con i ragazzi è quello di fratelli e sorelle maggiori chiamati a divenire “madri” e “padri” dei ragazzi perché vivano in un clima di comunione fraterna. Il compito del catechista si deve quindi qualificare certo come colui che comunica le “verità della fede”, ma soprattutto come edificatore di “comunità di fede”.

In tale orizzonte è decisiva l’azione delle diverse realtà associative presenti nelle parrocchie e nella diocesi perché riscoprano la loro dimensione di “maternità” e “paternità” nei confronti dei nostri ragazzi. È ovvio che anche ai genitori spetta una speciale responsabilità e non solo al momento della celebrazione dei sacramenti, ma nell’intero processo formativo, a partire da quello dal Battesimo. Sarà necessario che i genitori, sin dal momento della richiesta del Battesimo per i loro figli, siano aiutati a comprendere la responsabilità di trasmettere loro anche la fede oltre la vita. Viene chiamata in causa qui l’intera pastorale della famiglia, come quella che riguarda i corsi di preparazione al Matrimonio. So bene che i problemi sono molteplici. Ma l’amore per i più piccoli può essere una opportunità straordinaria per ripensare in maniera più esistenziale e diretta l’intera pastorale familiare.

È bene ribadire che l’Iniziazione Cristiana (quindi i tre sacramenti) va concepita in maniera unitaria. Il Battesimo, la Cresima e l’Eucaristia formano un unico dono anche se si manifesta in un triplice momento. Per sottolineare questa unitarietà non debbono esserci “vuoti” nel corso del cammino. Così, ad esempio, non ha senso interrompere il catechismo dopo la Prima Comunione per riprenderlo poi in vista della Cresima.

Si deve instaurare una visione unitaria della Iniziazione Cristiana che inizia con il Battesimo e giunge sino alla Confermazione, trovando forme che permettano la continuità temporale dopo la prima Comunione fino alla Cresima. Terminata l’iniziazione i ragazzi sono chiamati a vivere “da maturi” (nel senso spirituale) la loro vita come discepoli di Gesù e membri della Chiesa. È una terza tappa che dura l’intera vita. Nel corso degli anni dovrebbe continuare una sorta di “formazione permanente”. La fede infatti va sempre curata e approfondita. Questo sta a dire che la catechesi non termina con il conferimento della Cresima, ma deve continuare nella giovinezza, nell’età adulta ed anche nella vecchiaia. Per favorire questa dimensione rammento la necessità di riscoprire il valore dell’oratorio, come luogo di educazione permanente alla vita cristiana sia per i piccoli che per i più grandi.

Alla luce di tutto ciò che ho esposto fin qua, ritengo che si possa giungere all’elaborazione di un Progetto diocesano per l’Iniziazione Cristiana. Tale compito lo affido agli Uffici Catechistico e Liturgico e alla Caritas.
 

Non solo i ragazzi, ma anche i giovani e gli adulti

In questo sforzo di rinnovamento va posta un’attenzione maggiore a coloro che chiedono di ricevere il sacramento della Cresima da giovani o da adulti. Gli adulti sono spinti generalmente dall’imminente matrimonio, i giovani da motivi diversi, che rivelano tuttavia almeno il desiderio di un ulteriore passo nella vita di fede. Ho constatato con gioia questo desiderio negli incontri fatti quest’anno con diversi studenti delle scuole superiori della Diocesi. Già aver stabilito delle date comuni a livello diocesano per il conferimento del sacramento della Cresima aiuta ad inserire la loro domanda dentro il contesto più ampio della Famiglia della Chiesa. Per favorire la ripresa del cammino di fede dei giovani, si potrebbe pensare anche ad itinerari di preparazione da progettare al di fuori del contesto parrocchiale o vicariale, curati dagli insegnanti di religione cattolica o da operatori dell’ambito della pastorale giovanile. Tuttavia tali iniziative dovranno sempre ricevere l’approvazione del vescovo.

Ai giovani e agli adulti non si può offrire una preparazione dominata dalla fretta o dalla necessità, ma si deve dare la possibilità di riscoprire la bellezza e il valore della vita cristiana da grandi. Per questo è ancor più essenziale che partecipino alla vita della Comunità ecclesiale, a partire dalla Messa della Domenica e dalla richiesta di aprirsi al servizio della carità. Senza questa partecipazione e la scoperta di questa dimensione di carità, priviamo queste persone di una parte fondamentale della vita cristiana, dalla quale spesso essi sono stati esclusi. Per questo itinerario di riavvicinamento alla vita di fede occorre che i Catechisti siano persone con una preparazione solida, con una vita cristiana esemplare e un’umanità che sappia attrarre a Gesù. Ancor più in questo caso è necessario che i Catechisti diventino come dei “padri” e delle “madri” che sappiano orientare la vita verso il Signore e verso il prossimo.

Un’attenzione nuova va posta a coloro che chiedono di ricevere i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana da adulti. Talvolta tra loro ci sono anche degli immigrati. Onde evitare che in un ambito della vita pastorale così rilevante i percorsi di iniziazione proposti dalle comunità parrocchiali possano creare disorientamento tra i fedeli a causa di impostazione e durata troppo differenti da comunità a comunità, nell’attesa di istituire anche nella nostra Diocesi un Servizio per il Catecumento, ritengo opportuno che i parroci segnalino all’Ufficio Liturgico le diverse richieste. Sarà compito dell’Ufficio provvedere ad offrire linee comuni che si ispirino alle Premesse contenute nel Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti.

 
…e, a proposito della carità…

Il rapporto tra Iniziazione Cristiana e dimensione caritativa della vita ecclesiale richiede un ulteriore approfondimento. L’Iniziazione Cristiana vuole accompagnare la persona – adulto, bambino, ragazzo o giovane - alla scoperta della fede, della speranza e della carità. La dimensione della carità, non più vista come una conseguenza logico-temporale dell’approccio alla fede, deve entrare nel percorso ordinario di accompagnamento messo in atto dalla comunità cristiana (cfr. Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, Orientamenti pastorali della CEI per il primo decennio del 2000, n. 62). I ragazzi e i giovani vanno aiutati a scoprire il volto di Gesù nel fratello che soffre, che è in difficoltà, che ha smarrito il percorso di una vita secondo il Vangelo, attraverso esperienze vive che lo accompagnino a stare accanto, servire, diventare amico del povero, nelle diverse dimensioni in cui la povertà si articola. L’approccio deve tenere conto delle seguenti dimensioni: la dimensione della relazione umana diretta con il povero; la dimensione di conoscenza del contesto di povertà presente nella comunità e nel territorio di vita; la dimensione di conoscenza delle grandi tematiche del mondo e delle loro relazioni con la vita di ognuno.

Suggerimenti per proposte immediatamente percorribili possono essere:

            - adesione ai progetti della Caritas parrocchiale;
            - visita a case-famiglia per giornate ed esperienze di gioco comune con gli ospiti;
            - visita a case di riposo e RSA per anziani;
            - esperienze di giornate, soggiorni e grest da condividere con bambini disabili (UNITALSI, Siloe);
            - promozione delle adozioni scolastiche a distanza (Rwanda);
            - valorizzazione della presenza nei gruppi ed a scuola di migranti per conoscere le loro storie, la storia delle loro famiglie, dei loro popoli;
            - adesione ai progetti promossi dagli enti locali e in sintonia con le finalità della vita cristiana.
 

ACCOMPAGNARE I FIDANZATI A VIVERE IL MATRIMONIO CRISTIANO

Un ultimo tema a cui intendo accennare è quello dell’accompagnamento dei fidanzati al matrimonio cristiano.

 
Fidanzati cristiani?

Le recenti indicazioni dei Vescovi italiani ci invitano a porre una particolare attenzione alla «formazione al matrimonio cristiano e alla vita familiare» (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 54b) e ad interrogarci circa gli itinerari predisposti per tale formazione. Il contesto di diffusa scristianizzazione in cui viviamo impone una svolta radicale: la preparazione al matrimonio dovrà necessariamente assumere i tratti di un itinerario di riscoperta della fede e di inserimento nella vita della comunità ecclesiale, perciò «il rinnovamento degli itinerari è necessario per renderli cammini efficaci di fede e di esperienza spirituale» (cfr. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 54b). Le mete a cui tenderanno gli itinerari (o Corsi) non potranno ridursi a generiche conversazioni con i fidanzati su tematiche che fanno riferimento alla vita di coppia – adottando un taglio psico-pedagogico – ma innanzitutto punteranno a coinvolgere i fidanzati in veri e propri percorsi di iniziazione o ricominciamento alla vita cristiana.

Sarebbe auspicabile poi che ogni comunità parrocchiale continui a prendersi cura dei fidanzati che hanno partecipato ai Corsi «mediante gruppi di sposi e di spiritualità familiare, animati da coppie preparate e testimoni di unità e fedeltà nell’amore» (cfr. Educare alla vita buona del Vangelo, nn. 37 e 54b). Un vero percorso non dovrebbe mai terminare con la celebrazione del sacramento del Matrimonio, ma continuare favorendo l’apertura delle giovani coppie alle altre della stessa comunità parrocchiale, proponendo loro «un’esperienza significativa di Chiesa, qui e ora, in cui svolgere la propria missione di testimonianza» (Celebrare il «mistero grande» dell’amore. Sussidio pastorale di alcuni Uffici della CEI, nn. 47.48).

 
I fidanzati già inseriti nelle nostre comunità

Se è vero che per la gran parte delle coppie dei fidanzati il Corso è una «concreta possibilità di contatto con la comunità cristiana dopo anni di lontananza» (cfr. «Questa è la nostra fede», Nota pastorale della Commissione episcopale per la dottrina delle fede della CEI, n. 23), è pur vero che in questo passaggio così importante della loro vita sono coinvolte anche non poche coppie di fidanzati abitualmente inserite nella comunità cristiana. A queste coppie ritengo sia più opportuno offrire un Corso - a livello diocesano o vicariale – che meglio si adatti al loro itinerario di fede e che, possedendo un taglio più vocazionale, susciti il desiderio di impegnarsi nelle loro comunità di origine nel servizio della pastorale familiare: «Corroborate da specifici itinerari di spiritualità, le famiglie devono a loro volta aiutare la parrocchia a diventare famiglia di famiglie. Gruppi di sposi possono costituire modelli di riferimento anche per le coppie in difficoltà, oltre che aprirsi al servizio verso i fidanzati e i genitori che chiedono il battesimo per i figli, verso le famiglie segnate da gravi difficoltà, disabilità e sofferenze» (cfr. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 38).

 
Un progetto per le coppie dei fidanzati

Affido, pertanto, all’Ufficio di Pastorale Familiare - in collaborazione con l’Ufficio Catechistico - il compito di ristudiare i Corsi, e più in generale tutta l’azione pastorale in favore delle coppie dei fidanzati, proponendo alle nostre comunità parrocchiali svolte decisive e maggiormente audaci: dai corsi di preparazione al matrimonio ai percorsi per il risveglio della fede nella nuova realtà della vita di coppia; dalla preparazione al rito in chiesa alla iniziazione alla vita cristiana nel matrimonio vissuto e celebrato ogni giorno; dalla pastorale delle attività in favore dei fidanzati ad un pastorale di accompagnamento che testimoni la fede attraverso le famiglie credenti.

 
CONCLUSIONE

Pongo queste parole nelle vostre mani, perché diventino oggetto di riflessione personale e comune, a livello diocesano, vicariale e parrocchiale. Sono certo che ognuno le accoglierà come un’occasione propizia per raccogliere la ricca eredità del passato e del cammino compiuto nella Diocesi, ma insieme come domanda di rinnovamento della vita cristiana nelle nostre realtà. Ringrazio coloro che in modi diversi mi hanno dato indicazioni preziose attraverso il loro lavoro pastorale e i loro suggerimenti. Nell’Anno della Fede, che stiamo per cominciare in unità con il Santo Padre e la Chiesa universale, chiedo a ciascuno di voi di unirsi alla mia preghiera perché il Signore ci aiuti nell’itinerario che vogliamo iniziare. La Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, assieme ai nostri patroni, Santa Maria Salome e Sant’Ambrogio martire, ai patroni delle nostre comunità parrocchiali, ci accompagnino con la loro protezione e sostengano il nostro comune impegno.

 
+ Ambrogio Spreafico

Vescovo
firmaspreafico-mini
 



Frosinone, 1° settembre 2012


 

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